“Sei giorni dopo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello e li condusse in disparte, su un alto monte. E fu trasfigurato davanti a loro; il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce. Ed ecco apparvero loro Mosè ed Elia, che conversavano con lui. Pietro prese allora la parola e disse a Gesù: “Signore, è bello per noi restare qui; se vuoi, farò qui tre tende, una per te, una per Mosè e una per Elia”. Egli stava ancora parlando quando una nuvola luminosa li avvolse con la sua ombra. Ed ecco una voce che diceva: “Questi è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto. Ascoltatelo”. All’udire ciò, i discepoli caddero con la faccia a terra e furono presi da grande timore…”

La celebre opera di Raffaello Sanzio narra l’episodio biblico della Trasfigurazione di Gesù, è un’opera di grandi dimensioni che attraverso la sua maestosità coinvolge e abbraccia lo spettatore. Raffaello imposta l’opera in due piani, dietro in secondo piano, su una collinetta la quale simboleggia il Monte Tabor, prende vita l’episodio cristologico, distesi a terra quasi impauriti ma con lo sguardo accecato rivolto verso l’alto gli apostoli Pietro, Giacomo e Giovanni, in alto al centro, circondato da una forte luce, il Cristo trasfigurato, al suo fianco leggermente più in basso Mosè con le tavole della legge in mano ed il profeta Elia.

In basso, sottoposti alla piccola collina, Raffaello inserisce un’altra scena molto movimentata, si tratta della guarigione di un ragazzo posseduto dal demonio;
sulla sinistra i nove apostoli rivolti verso il fanciullo si interrogano ed intuiscono che la liberazione dal demonio può essere ottenuta solo con la fede in Dio e nel suo figlio Gesù, difatti uno degli apostoli mentre guarda la madre del bambino, ovvero la donna in ginocchio al centro col volto triste, indica con il braccio Cristo Trasfigurato, ancora un altro elemento che ci conduce su questa tesi sta proprio nel bambino che con le braccia spalancate sembra ricevere la luce, la grazia liberatrice del Cristo. In questa seconda scena Raffaello cerca di entrare nei personaggi riportando anche gli stati d’animo che parlano attraverso i volti, esempio osserviamo il volto spaventato del padre del bambino, oppure quello sereno degli apostoli. Sulla destra, nello stretto spazio accanto alla collinetta, vi è la folla giunta a vedere l’accaduto.

Raffaello si serve della luce per rendere plastici i voluminosi corpi, non trascura i particolari delle pieghe degli abiti, inoltre in alto, in profondità, sulla destra inserisce uno scorcio collinare. La penombra, resa dai toni bluastri, è accesa dalla forte luce che dall’alto del Cristo trasfigurato si propaga tutta intorno.

L’opera è un olio su tela ed è di grandi dimensioni e fu commissionata da Giulio de’ Medici, futuro Papa Clemente VII, per la Cattedrale di Narbonne, l’opera nel 1520 alla morte di Raffaello risultava incompleta e venne ultimata dal suo allievo Giulio Romano. Nel corso dei secoli ha subito vari spostamenti fino a quando nel 1816 Papa Pio VII la collocò nella Pinacoteca Vaticana ove ancora è conservata.

Lorenzo Lotto, Allegoria della Virtù e del Vizio, 1505, National Gallery of Art, Washington

La virtù e il vizio da sempre sono l’uno la contrapposizione dell’altro. Questa divisione ci riporta e per alcuni versi si ricollega, con le celebri contrapposizioni del mondo.: luce e oscurità, bene e male, ragione e istinto.
Lorenzo Lotto, ai lati di un tronco di albero, su cui è poggiato lo stemma araldico del vescovo Bernardo de’ Rossi, che funge da divisore, colloca i due mondi contrapposti: a sinistra la virtù e a destra i vizi. Per rappresentarli si serve delle allegorie.

Il piccolo puttino, protagonista dell’allegoria della virtù, è chinato su degli arnesi posti per terra, troviamo degli oggetti geometrici, degli strumenti artistici, un cartiglio, dei libri, un flauto di Pan. L’essere celestiale è attento alla pratica e all’utilizzo di questi strumenti, attuando un lavoro intellettuale. Il personaggio allegorico, è incorniciato da una paesaggio verdeggiante collinare e da un cielo incontra uno spiraglio di luce solare.

A destra, nel mondo dei vizi, troviamo un satiro disteso sul prato verde, gonfio di vino e circondato da anfore. Racchiude in se l’allegoria del vizio e della sregolatezza. La cornice paesaggistica cambia, un’atmosfera di penombra è calata sugli alberi e sul prato, la luce dello scenario precedente non arriva. Questo particolare simboleggia l’offuscamento dell’intelletto, quindi quando nell’essere umano prevalgono i vizi, al piacere limitato segue la tristezza.

Lorenzo Lotto, maestro della pittura rinascimentale veneta, dipinge e riporta sulla tela i diversi influssi pittorici, che in senso lato costituiscono il grande pregio della pittura veneta del ‘500: l’influenza della pittura nordica e dei contemporanei toscani. Altro particolare è la partecipazione del paesaggio al racconto.

Bramante raffigura Cristo legato alla colonna, eliminando tutti i gesti che di dolore che contornano l’episodio: non sono presenti i carnefici. Cristo è in primo piano ed è legato ad una colonna decorata mediante le grottesche.
Viene rappresentato un momento di grande tensione, non tarderà ad arrivare la violenza e Cristo sembra che rivolge lo sguardo proprio verso i suoi carnefici, nel volto si legge la paura; Bramante porta fuori le emozioni.

La perfezione anatomica del Cristo è l’eredità classica a cui Bramante guarda: i muscoli ben definiti, e questo grazie al gioco di luce ed ombra, ci portano a ricordare alla statuaria classica.
L’opera non è solo frutto dell’eredità classica, ma anche di altre influenze artistiche, fra cui la pittura di Leonardo: il realismo con cui è definito il corpo e l’espressività del volto da cui trapela la sfera sentimentale. L’altra influenza è quella fiamminga, presente nella strutturazione dell’opera, nella luce e in particolare nella resa minuziosa dei particolari, come nella raffigurazione dei capelli e della barba.

L’opera risale all’incirca al 1490 ed conservata a Milano presso la Pinacoteca di Brera

Giovanni Bellini, maestro del rinascimento veneto, raffigura il Battesimo di Cristo senza allontanarsi da quanto viene riportato nel Vangelo.
Al centro dell’opera c’è Cristo, spogliato delle vesti, che riceve il battesimo, Giovanni Battista è posizionato a destra al di sopra di un rialzo del terreno, e si appresta a compiere l’azione.

Giovanni Bellini, Battesimo di Cristo, 1500-1502, tempera su tavola, Vicenza, Chiesa di Santa Corona

A sinistra, in secondo piano, tre giovani donne assistono al momento sacro, sono le allegorie della speranza, della fede e della carità.
In alto nel cielo, in asse con la figura del Cristo, vi è Dio Padre, il quale invia lo Spirito Santo sotto forma di colomba. Il creatore è raffigurato al sopra delle nubi con attorno i cherubini.

Circonda l’episodio un paesaggio campestre collinare, si riesce a scorgere la vastità grazie all’applicazione della prospettiva.
Si inizia ad intravedere un primo tonalismo, tipico della pittura veneta del tempo, il quale dona all’opera regalità e splendore, l’elaborato raggiunge così un buon effetto da punto di vista plastico; ciò non crea distacco, ma lega armonicamente l’uomo alla natura.

L’Assunta di Tiziano suscita grande meraviglia ancora oggi, questo capolavoro pittorico venne mostrato al pubblico per la prima volta nel 1518 ed è conservato a Venezia nella Basilica di Santa Maria Gloriosa dei Frari.

Un senso ascensionale caratterizza l’opera, tale particolare è sottolineato dalla Vergine Maria, raffigurata al centro al di sopra delle nuvole e accerchiata da una moltitudine di angeli. In alto Dio Padre, circondato dalla luce dorata, con le braccia aperte attende la Vergine Maria. In basso gli apostoli, in uno stato di agitazione, osservano l’evento miracoloso. In secondo piano lo sfondo varia, in basso al di sotto delle nubi, si scorge il grigio del cielo, mentre al di sopra ritroviamo il dorato, questo particolare ci aiuta a capire la differenza fra la sfera terrena e quella celeste divina.

Tre registri, disposti in maniera ascensionale, costituiscono l’opera. Ma c’è ancora dell’altro perché Tiziano nella realizzazione guarda ai grandi del suo tempo come Michelangelo e Raffaello, questo è provato dalle figure di grandi dimensioni e di impostazione classica, ma anche dal colore ben collocato; dunque un ulteriore grazia è data da questi particolari che legano i personaggi e la scena ad un forte realismo. Tiziano conosce questi due celebri contemporanei solo in maniera indiretta.

“..Come può esser ch’io non sia più mio ?
O Dio, o Dio, o Dio,
chi m’ha tolto a me stesso,
c’a me fusse più presso
o più di me potessi che poss’io ?
O Dio, o Dio, o Dio,
come mi passa el core
chi non par che mi tocchi ?
Che cosa è questo, Amore,
c’al core entra per gli occhi,
per poco spazio dentro par che cresca ?
E s’avvien che trabocchi ?..”

Michelangelo Buonarroti