Domani sera alle ore 19:30 presso la Chiesa Matrice di Mesagne alla manifestazione dal titolo “Praeclarissimus pictor Giampietro Zullo nel IV centenario della morte”.

Parlerò di questo esponente della pittura controriformata attivo nella Provincia di Brindisi.

Vi aspetto!

La pittura, nel corso del tempo, non ha sempre manifestato felicità e tranquillità. Al suono della parola quadro, la nostra mente ci proietta colori caldi e luminosi. Alcune volte il pensiero corrisponde alla realtà, altre volte no. Per quest’ultimo caso è bene parlare di pittura simbolista, più da vicino di Arnold Böcklin. Famoso pittore svizzero, autore dell’Isola dei morti, tela divenuta un cult della pittura mondiale. Di questo immenso capolavoro, Böcklin ne realizzò cinque copie

Arnold Böcklin, L’isola dei morti, 1880, olio su tela, 111×155 cm, Basilea, Kunstmuseum (prima versione).

L’isola, a prima vista, ci porta a pensare ad una roccaforte inespugnabile, ad un luogo non facilmente raggiungibile. O forse non raggiungibile da tutti. Il soggetto si apre all’osservatore con estrema leggerezza. Osservando bene, si intravedono degli edifici ubicati proprio all’interno delle cavità rocciose. Questi luoghi, si affacciano su un ampio spazio aperto, simile ad un atrio naturale, dove il pittore ha collocato degli alti cipressi. Proviamo ad immaginare la vista dell’isola da lontano, si riuscirebbero a vedere i grandi alberi, con le loro chiome fitte, dai quali fuoriesce il senso di mistero.
Qualcuno però, ha appena finito di attraversare il mare e sta per approdare sull’isola. Il rematore ha trasportato l’individuo nel luogo dell’ultimo viaggio.

Molto interessante è l’effetto dall’accostamento dei colori scuri ai colori chiari, il quale mette in risalto l’isola.
L’opera racchiude senza ombra di dubbio un significato prettamente metaforico, difatti è considerata come il pilastro della pittura simbolista. Sulla tela, noi, non facciamo altro che rivivere l’aspetto interiore e nascosto, meglio dire ombrato, di Arnold Böcklin.

Montmartre sarebbe vuota senza la figura singolare di Amedeo Modigliani (1884 – 1920), un genio della pittura del Novecento, molto stimato dai grandi del suo tempo, una star per molti giovani di oggi. Modigliani, o Modì come lo chiamavano i suoi contemporanei, è facile da riconoscere, le sue opere, i suoi volti e le sue figure sono inconfondibili.

Dopo la formazione nel 1906 si stabilisce nella capitale francese, la Parigi del primo Novecento era il maggiore centro di elaborazione artistica d’Europa, i galleristi e collezionisti, sfornavano e sovvenzionavano talenti; Modigliani ebbe la fortuna di incontrare lungo il percorso Paul Alexandre, giovane mecenate, che contribuì alla crescita artistica di Modì.

Nelle opere di questo periodo si può avvertire l’influenza della pittura di Picasso, ovvero quelle opere malinconiche e solitarie, le quali caratterizzano il “periodo blu” del pittore spagnolo. Un’opera di Modigliani questo periodo è il Suonatore di violoncello. Nell’opera in primo piano, posizionato a tre quarti verso destra, vediamo un uomo che suona un violoncello.

L’uomo è solo, ed è rapito dalla musica dolce del suo strumento. Modigliani si stacca dai canoni di bellezza comuni, preferisce la forma sintetica, il braccio, le mani, il volto, divengono semplici forme colorate segnate da una forte linea di contorno. Tale particolarità ci riporta a Gauguin, al quel sintetismo pittorico che caratterizzò il periodo post impressionista.
Altra nota importante è la sfera emotiva, racchiusa nel musicista, che balza agli occhi dell’osservatore nonostante semplici; questa interiorità la percepiamo grazie ai colori freddi e all’atmosfera di penombra.

Amedeo Modigliani, Suonatore di violoncello, 1909, olio su tela, 75,5 x 59,5, collezione privata.

Giovanni Bellini, maestro del rinascimento veneto, raffigura il Battesimo di Cristo senza allontanarsi da quanto viene riportato nel Vangelo.
Al centro dell’opera c’è Cristo, spogliato delle vesti, che riceve il battesimo, Giovanni Battista è posizionato a destra al di sopra di un rialzo del terreno, e si appresta a compiere l’azione.

Giovanni Bellini, Battesimo di Cristo, 1500-1502, tempera su tavola, Vicenza, Chiesa di Santa Corona

A sinistra, in secondo piano, tre giovani donne assistono al momento sacro, sono le allegorie della speranza, della fede e della carità.
In alto nel cielo, in asse con la figura del Cristo, vi è Dio Padre, il quale invia lo Spirito Santo sotto forma di colomba. Il creatore è raffigurato al sopra delle nubi con attorno i cherubini.

Circonda l’episodio un paesaggio campestre collinare, si riesce a scorgere la vastità grazie all’applicazione della prospettiva.
Si inizia ad intravedere un primo tonalismo, tipico della pittura veneta del tempo, il quale dona all’opera regalità e splendore, l’elaborato raggiunge così un buon effetto da punto di vista plastico; ciò non crea distacco, ma lega armonicamente l’uomo alla natura.

Gesù Bambino che tocca il capo del’agnello, dato in dono da un pastore. Questo particolare, all’apparenza irrilevante, racchiude uno dei messaggi fondamentali della fede e da punto di vista artistico Lorenzo Lotto, nella sua Adorazione dei Pastori, lo riporta con grande abilità.

L’agnello è un simbolo cristologico, forse uno dei maggiori simboli legati alla figura del Cristo. L’arte lo elabora alla base delle parole pronunciate nella Bibbia.
Nell’Antico Testamento, nel Libro dell’Esodo, si narra che grazie al sangue dell’Agnello pasquale, Israele è preservato dal giudizio che colpirà l’Egitto, anche Isaia parla dell’agnello condotto al macello.

Nel Nuovo Testamento è riportato ciò che pronunciò san Giovanni Battista riferendosi al Cristo: “Ecco l’Agnello di Dio, ecco colui che toglie i peccati del mondo“. L’agnello è il simbolo di Cristo che allude al suo sacrificio per la salvezza dell’umanità.

Chagall vive il suo grande amore con Bella, sua moglie, lo sente tanto da metterlo su tela. Vi parlo dell’opera intitolata “La passeggiata“, un olio su tela realizzato intorno al 1917-1918 e con servato a San Pietroburgo presso il Museo di Stato Russo.

La campagna di Vitebsk fa da cornice ai due innamorati che uniti nell’amore passeggiano decidendo di godersi la natura. Chagall è al centro, veste in maniera elegante (abito nero e camicia bianca) e tiene in nella mano destra un uccello, con la mano di sinistra stringe la mano di Bella. La donna è in volo, distesa nel cielo, solo la mano del marito la tiene sospesa in aria. Una posa molto inusuale, fantasiosa. In basso a sinistra, poggiata per terra, troviamo una tovaglia fiorata, con sopra un fiasco di vino e un bicchiere. Tutto intorno il paesaggio verde campestre e in secondo piano lo scorcio della città, reso anche attraverso varie tonalità di verde

Il vero messaggio nascosto in quest’opera di Chagall è la grandezza dell’amore, perché quando si è innamorati si ha tutto e si è felici: Chagall sorride, Bella lo guarda e ha fiducia nel sentimento corrisposto. Ma qualcos’altro viene fuori proprio dalla posa con cui i due innamorati son raffigurati, ovvero l’amore è quel sentimento che porta al di là del rapporto naturale, che ci porta a volare col cuore.

Stilisticamente in quest’opera si avverte l’influenza cubista, difatti il panorama campestre, la città, non sono altro che l’insieme di piani scomposti, inoltre il colore aiuta a differenziarli dando maggiore chiarezza al contenuto in generale, anche le due figure umane, oltre che nel panorama, si avverte un po’ di sintetismo, questo Chagall sceglie di mettere in risalto il sentimento dell’amore, il significato interiore dell’opera.