La giornata di due contadine è già iniziata da un pezzo, il campo è il loro luogo di lavoro e lo conoscono alla perfezione, la loro solitudine è momentaneamente interrotta dal passaggio di un treno, il quale ha lasciato una grande nube di fumo bianco lungo il tragitto già percorso.
Abbiamo qui difronte una tela di Giuseppe De Nittis (Barletta 25 febbraio 1846 – Saint-Germain-en-Laye 21 agosto 1874), un’opera molto importante e soprattutto di grande valore figurativo: lui ha riportato su tela un’ambiente della quotidianità, chissà quante volte lo avrà visto.

Due realtà, contemporanee e diverse, sono riportate su tela: il mondo campestre con i contadini, mondo di lentezza e sudore quotidiano, affianco all’innovazione e alla velocità rappresentata dal treno che corre lungo i binari. Con questo De Nittis sottolinea la continua trasformazione del mondo che lo circonda. Un paesaggio con due volti: in alto un cielo grigio, in basso un campo dalle tinte gialle e verdi; dai colori percepiamo l’inverno e la rigidità della stagione.

De Nittis realizza i suoi lavori guardando i soggetti dal vero, inoltre negli anni in cui è stata dipinta quest’opera, all’incirca nel 1880, guarda all’esperienza artistica della Scuola di Barbizon, a quel gruppo di pittori che andarono a costituire la corrente paesaggista del realismo francese.

E’ il momento della spensieratezza e le donne non si accorgono del tempo che passa, succede anche a noi quando siamo in compagnia e viviamo un momento tranquillità, non ci accorgiamo del susseguirsi delle ore. Silvestro Lega (Modigliana, 8 dicembre 1826 – Firenze, 21 novembre 1895), nel Canto dello stornello, un olio su tela realizzato nel 1867, oggi conservato a Firenze presso la Galleria d’Arte Moderna, ci racconta un momento di vita quotidiana di tre giovani ragazze.

 

Silvestro Lega, Il canto dello stornello, 1867, Olio su tela. 158x98cm, Galleria d’Arte Moderna , Firenze.

Il pittore ci introduce nel momento di vita privata, siamo in una stanza, e qui c’è chi suona al piano una melodia, c’è chi invece con gli occhi puntati sullo spartito intona il canto, tutto è così calmo. E’ una scena di vita quotidiana, resa nel minino dettaglio, questa tematica è tanto cara a Silvestro Lega, infatti nel ’68 riproporrà tale argomento nel Pergolato.

Ma oltre fattore quotidiano nell’opera c’è dell’altro, il pittore riesce a rendere la serenità nascosta nell’istante, ma ancor più importante è il recupero dell’eredità della pittura quattrocentesca, rievocata attraverso la monumentalità dei corpi e l’impostazione scenica, l’elemento di serenità è simboleggiato dallo scorcio campestre riscontrabile dalla finestra presente in secondo piano; la perfetta organizzazione dello spazio è dovuta all’ottima conoscenza della regola prospettica, questo fattore sottolinea l’educazione accademica di Lega, la quale resterà viva anche nelle speriementazioni future.

Silvestro Lega cura i particolari, ogni aspetto decorativo presente nella stanza, possiamo rendercene conto osservando le mattonelle, il drappo che scende sulla destra, la gonna della ragazza; altro grande elemento è la luce, la quale si posa leggera sui corpi, dando un ulteriore contributo al realismo presente. L’opera rispecchia l’anima del movimento dei Macchiaioli, ovvero la pittura che diviene racconto del vero.

Silvestro Lega,  Il pergolato (1868) – Olio su tela Pinacoteca di Brera, Milano

Silvestro Lega, Il pergolato (1868) – Olio su tela
Pinacoteca di Brera, Milano

Le opere d’arte hanno un potere quasi magico: sono delle finestre aperte sulla storia, spesso fondamentali per conoscere gli usi ed i costumi del passato oltre alle fonti scritte.

Nella seconda metà dell’800 l’Italia è nell’occhio del ciclone: uno dei più bei periodi della storia nazionale è alle porte, siamo negli anni del Risorgimento e dell’Unità d’Italia, e c’è un gruppo di pittori che racconterà questo momento storico osservandolo da varie angolature, soprattutto la fase post-unitaria, prediletta da questi artisti. Silvestro Lega (Modigliana, 8 dicembre 1826 – Firenze, 21 novembre 1895) è uno di loro: il pittore toscano, fra i maggiori esponenti del movimento dei Macchiaioli, sarà il nostro tramite con questo spaccato di storia italiana. Fra le sue opere più importanti c’è senz’altro Il pergolato, un olio su tela realizzato nel 1868, oggi conservato a Milano presso la Pinacoteca di Brera.

È una bella giornata, il sole è forte e riscalda gli ambienti, forse sono i primi giorni d’estate. La natura è viva di nuovo dopo il lungo inverno ed inizia a risplendere. Viene percepito dall’osservatore un certo calore emanato dall’opera, ovvero quella sensazione non soltanto legata alla natura e al clima, bensì all’impressione umana: quel calore che echeggia fra le donne sedute sotto al pergolato. Le protagoniste dell’opera non interagiscono fra loro, forse inizieranno a fare comunella quando giungerà il caffè che la cameriera sta per portare, mentre la bimba in secondo piano ingenuamente e con espressività racconta una storia. Silvestro Lega coglie il momento giusto, riporta sulla tela una pacifica scena di vita quotidiana vissuta da un gruppo di semplici donne della borghesia e ci racconta quelle atmosfere ovattate tramite le celebri “macchie” di colore, marchio di fabbrica del suo movimento. Lega, come i tutti “pittori di macchia”, rifiuta gli schemi figurativi accademici, va controcorrente affidandosi alla sensazione visiva, riportata su tela attraverso i colori: il pittore coglie l’effetto cromatico di ciò che sta osservando e lo traduce sul supporto.

Il pergolato ha un ottimo equilibrio ed è la dimostrazione della formazione accademica di Silvestro Lega, che portò il pittore alla conoscenza ottimale della prospettiva e dell’anatomia dei corpi. L’artista nella colorazione passa dai toni scuri ai toni accessi, dal marrone al grigio al rosso, senza mai creare contrasti netti: tutto è ben amalgamato e i contorni delle figure, tanto odiati dai Macchiaioli, non esistono. Il colore si fonde in un continuum.

Le opere di Silvestro Lega sono delle testimonianze preziose dell’Italia in età giovanile, di un’Italia ancora da costruire e di quella borghesia che gettò le basi di quella che governò la società italiana per tutto il XX secolo.

FONTE ARTICOLO (http://www.artspecialday.com/9art/2016/04/30/lezioni-darte-silvestro-lega-la-societa-post-unitaria/)

di Domenico Ble

Con il Risorgimento nasce l’Italia, si è finalmente insieme; l’unità sperata e cantata dai letterati del passato è finalmente una realtà. Dal 1861 in poi si cerca di risorgere anche in tutti campi del nuovo regno, le arti non mancarono all’appello;
si cercò di realizzare un “gusto nazionale”, che rispecchiasse i valori dell’unità e soprattutto cantasse la bellezza dell’impresa, fra gli innumerevoli centri artistici Firenze riuscì a differenziarsi, sarà stato il passato artistico glorioso, al di là di tutto qui nacque una nuova primavera.
Al Caffè Michelangelo si incontrano giovani artisti, sognatori ad occhi aperti direi, orizzontati verso le esperienze in voga in Europa, come la “pittura dal vero”, distanti dall’esperienza romantica e neoclassica.

Antonio Puccinelli, Passeggiata al muro torto, 1852, Istituto Matteucci, Viareggio

Antonio Puccinelli, Passeggiata al muro torto, 1852, Istituto Matteucci, Viareggio

Questo fermento artistico non necessita più dell’Accademia, da sempre al di sopra delle arti, ma necessita di maggiore libertà, lo studio privato di un pittore sembra fare al caso; gli artisti escono fuori, cercano il contatto con la natura e con ciò che li circonda, traggono delle emozioni, dipingono il vero.
Come accennato prima il luogo centrale è il Caffè Michelangelo di Firenze, fra i tavoli di questo locale accendevano diversi battiti artistici e non a caso nacquero i Macchiaioli;
Telemaco Signorini, Silvestro Lega, Vincenzo Cabianca, Giovanni Fattori, Giuseppe Abbati e molti altri si aggiunsero dopo, tutti attratti da questo florido clima artistico.

Telemaco Signorini, Piazzetta di Settignano, 1880

Telemaco Signorini, Piazzetta di Settignano, 1880

Macchiaioli da macchia, facile a dedurre che si tratta della singolare pittura, Giovanni Fattori dichiarò:<<..era la solidità dei corpi di fronte alla luce..>>; La pittura di macchia, nella pittura italiana, era uno stato della fase preparatoria dell’opera, si trattava di un bozzetto, per i Macchiaioli diviene il traguardo, perché attraverso le macchie di colore colgono, nell’immediatezza, la gradazione cromatica del colore nel soggetto. La vera innovazione sta anche nella scelta delle tematiche, non sono più storiche e religiose, ma paesaggistiche e di vita quotidiana. Il pittore macchiaiolo Adriano Cecioni racconta:

..Ecco il malinteso; la macchia è base, e come tale riamane nel quadro.
Gli studi di forma e le ricerche del dettaglio hanno l’ufficio di rendere conto
delle parti che sono in essa, senza distruggerla né tritarla. Il vero risulta
macchie di colore e di chiaroscuro, ciascuna delle quali ha un valore proprio
che si misura col mezzo rapporto.
In ogni macchia questo rapporto ha un doppio valore, come chiaroscuro e come colore,
ma per valore, vuol dire che è troppo chiaro o troppo scuro, in rapporto agli altri toni.
Una sola macchia di colore la mettiamo per la faccia, un’altra per i capelli,
un’altra mettiamo per la pezzuola, un’altra per le mani e per i piedi e così
per il terreno e per il cielo..

Il colore domina nell’opera, viene bandita ogni altra forma grafica.

Un dopo pranzo o Il pergolato, 1868, Pinacoteca di Brera, Milano.

Un dopo pranzo o Il pergolato, 1868, Pinacoteca di Brera, Milano.