In ambito artistico, di grande importanza, sono i legami. Ovvero i collegamenti che uniscono diversi artisti. Fra il 1894 ed 1905, Paul Cezanne, pilastro della stagione post-impressionista, dipinge Le grandi bagnanti (Les grandes baigneus), un olio su tela conservato a Londra al National Gallery. Stupisce il sintetismo, si riesce a comprendere che si tratta di donne, solo grazie alla marcata linea di contorno che modella il corpo ed i lineamenti del viso. Senza la linea, sarebbero state delle semplici pennellate di colore.

Paul Cezanne, Le grandi bagnanti, olio su tela, 1894 – 1905, Londra, National Gallery.

Nel 1906, siamo nel periodo in cui ha inizio la stagione della avanguardie. I pittori fauves, sono i primi a farsi carico di questo spirito innovativo nel campo pittorico. Matisse, dipinge La gioia di vivere, un olio su tela, conservato a Filadelfia presso la Barnes Foundation. Nell’opera è presente un maggiore snellimento della forma, ma il vero protagonista è il colore. I colori caldi trasmettono l’idea della felicità, dunque c’è qualcosa di più grande nascosto fra le forme: il sentimento interiore.

Queste due tele raccontano di un legame, tematico e non propriamente stilistico. In entrambe ritroviamo la nudità femminile e il legame fra natura ed essere umano. Cezanne e Matisse sembrano degli esploratori, alla ricerca del mondo primitivo e incontaminato, che il progresso scientifico e industriale stava cancellando.

Dadaphone, 1920, Parigi

“Per lanciare un manifesto bisogna volere: A, B, C, scagliare invettive contro 1, 2, 3, eccitarsi e aguzzare le ali per conquistare e diffonder grandi e piccole a, b, c, firmare, gridare, bestemmiare, imprimere alla propria prosa l’accento dell’ovvietà assoluta, irrifiutabile, dimostrare il proprio non-plus-ultra e sostenere che la novità somiglia alla vita tanto quanto l’ultima apparizione di una cocotte dimostri l’essenza di Dio.

Scrivo un manifesto e non voglio niente, eppure certe cose le dico, e sono per principio contro i manifesti, come del resto sono contro i principi (misurini per il valore morale di qualunque frase). Scrivo questo manifesto per provare che si possono fare contemporaneamente azioni contradittorie, in un unico refrigerante respiro; sono contro l’azione, per la contraddizione continua e anche per l’affermazione, non sono nè favorevole nè contrario e non dò spiegazioni perchè detesto il buon senso.

DADA non significa nulla.

Se lo si giustifica futile e non si vuol perdere tempo per una parola che non significa nulla. Il primo pensiero che ronza in questi cervelli è di ordine batteriologico: trovare l’origine etimologica, storica, o per lo meno psicologica. Si viene a sapere dai giornali che i negri Kru chiamano la coda di una vacca sacra DADA. Il cubo e la madre di non so quale regione italiana: DADA. Il cavallo a dondolo, la balia, doppia conferma russa e romena: DADA . Alcuni giornalisti eruditi ci vedono un arte per i neonati, per latri santoni, versione attuale di Gesùcheparlaaifanciulli, è il ritorno ad un primitivismo arido e chiassoso, chiassoso e monotono. Non si può costruire tutta la sensibilità su una parola, ogni costruzione converge nella perfezione che annoia, idea stagnante di una palude dorata, prodotto umano relativo.

L’opera d’arte non deve rappresentare la bellezza che è morta. Un’opera d’arte non è mai bella per decreto legge, obiettivamente, all’unanimità. La critica è inutile, non può esistere che soggettivamente, ciascuno la sua, e senza alcun carattere di universalità. Si crede forse di aver trovato una base psichica comune a tutta l’umanità? Come si può far ordine nel caos di questa informa entità infinitamente variabile: l’uomo? Parlo sempre di me perchè non voglio convincere nessuno, non ho il diritto di trascinare gli altri nella mia corrente, non costringo nessuno a seguirmi e ciascuno si fa l’arte che gli pare.

Così nacque DADA da un bisogno d’indipendenza. Quelli che dipendono da noi restano liberi. Noi non ci basiamo su nessuna teoria. Ne abbiamo abbastanza delle accademie cubiste e futuriste: laboratori di idee formali: Forse che l’arte si fa per soldi e per lisciare il pelo dei nostri cari borghesi? Le rime hanno il suono delle monete. Il ritmo segue e il ritmo della pancia vista di profilo.

Tutti i gruppi di artisti sono finiti in banca, cavalcando differenti comete. Una porta aperta ha la possibilità di crogiolarsi nel caldo dei cuscini e nel cibo. Il pittore nuovo crea un mondo i cui elementi sono i suoi stessi mezzi, un’opera sobria e precisa, senza oggetto. L’artista nuovo si ribella: non dipinge più (riproduzione simbolica e illusionistica) ma crea direttamente con la pietra, il legno, il ferro, lo stagno, macigni, organismi, locomotive che si possono voltare da tutte le parti, secondo il vento limpido della sensazione del momento.

Qualunque opera pittorica o plastica è inutile; che almeno sia un mostro capace di spaventare gli spiriti servili, e non la decorazione sdolcinata dei refettori degli animali travestiti da uomini, illustrazioni della squallida favola dell’umanità .Un quadro è l’arte di fare incontrare due linee, parallele per constatazione geometrica, su una tela, davanti ai nostri occhi, secondo la realtà di un mondo basato su altre condizioni e possibilità. Questo mondo non è specificato, nè definito nell’opera, appartiene alle sue innumerevoli variazioni allo spettatore.

La spontaneità dadaista.

L’arte è una cosa privata. L’artista lo fa per se stesso. L’artista, il poeta, apprezza il veleno della massa che si condensa nel caporeparto di questa industria. E’ felice quando si sente ingiuriato: una prova della sua incoerenza. Abbiamo bisogno di opere forti, dirette e imcomprese, una volta per tutte. La logica è una complicazione. La logica è sempre falsa. Tutti gli uomini gridano: c’è un gran lavoro distruttivo, negativo da compiere: spazzare, pulire. Senza scopo nè progetto alcuno, senza organizzazione: la follia indomabile, la decomposizione. Qualsiasi prodotto del disgusto suscettibile di trasformarsi in negazione della famiglia è DADA; protesta a suon di pugni di tutto il proprio essere teso nell’azione distruttiva: DADA; presa di coscienza di tutti i mezzi repressi fin’ora dal senso pudibondo del comodo compromesso e della buona educazione: DADA ; abolizione della logica; belletto degli impotenti della creazione: DADA ; di ogni gerarchia ed equazione sociale di valori stabiliti dai servi che bazzicano tra noi: DADA ; ogni oggetto, tutti gli oggetti, i sentimenti e il buoi, le apparizioni e lo scontro inequivocabile delle linee parallele sono armi per la lotta: DADA ; abolizione della memoria: DADA ; abolizione dell’archeologia: DADA ; abolizione dei profeti: DADA ; abolizione del futuro: DADA ; fede assoluta irrefutabile inogni Dio che sia il prodotto immediato della spontaneità: DADA .”

Tristan Tzara, Manifesto Dada, 1918

Alla fine del primo decennio del ‘900, la Russia è teatro di cambiamenti radicali, da un regime imperiale assolutistico guidato dallo Zar, si passa ad un sistema politico repubblicano filo socialista, guidato da Lenin, siamo negli anni post rivoluzione e la Russia cambia totalmente al suo interno, sia dal punto di vista economico e politico, dunque sulla scia di sostanziali mutamenti, cambia anche l’ideologia dominante, la quale va a riflettersi sul campo artistico e culturale.

Gončarova, Il ciclista, 1913.

In questi primi anni il linguaggio figurativo predominante è quello delle Avanguardie già attive nel resto dell’Europa Occidentale, a questo discorso si affianca la nuova tematica, ovvero l’arte ha il compito di tenere vivi, spesso di esaltare, le fondamenta della rivoluzione: l’arte è al servizio dello stato. Certamente questo discorso è valido soprattutto per gli artisti russi già attivi, ma obbiettivo statale primario anche quello di investire nell’arte, nacquero dunque dei veri centri di formazione, denominati Svomas, qui un giovane artista poteva esprimere la personale vena artistica, chiaramente tutto sotto l’attento controllo dello Stato; investire in questo campo e dunque produrre un’arte prettamente vicina all’ideologia del governo, significava tenere alta l’immagine ed i valori.

Malevic, Uomo inglese a Mosca, 1914

È importante sapere che Avanguardie giungono in Russia nei primi anni ’10, delle mostre aprono l’orizzonte artistico, il linguaggio cubista e futurista viene accolto da pittori di nuova generazione, che esporranno alla mostra intitolata Coda d’Asino, tenutasi a Mosca nel ’12, parliamo di Larionov, Goncarova, Malevic, Chagall, Tatlin; ma di grande importanza sono anche i pittori russi attivi fuori nazione come Kandinskij; i quali, ognuno in maniera singolare, svilupperanno il linguaggio artistico, restando legati alla tematica della quotidianità russa.

Larionov, Rosso e blu, 1911

Ma ritorniamo agli anni caldi della Russia, quasi parallelo all’avvento della rivoluzione è il Costruttivismo, movimento creato da Tatlin e Rodcenko, in un primo momento, il linguaggio risente dell’influenza di quello dell’avanguardia. Qui si parla di una vera rivoluzione di intenti, ovvero l’arte non è racchiusa solamente nel valore estetico, ma invece è parte di un discorso ben più ampio, si parla dunque di arte per la rivoluzione; finalmente il panorama artistico russo si schioda dall’eredità del passato, ovvero da quella tradizione, anche se in alcuni aspetti filtrata, legata ancora all’800.

Il monumento di Tatlin del 1919

Ora si parla direttamente al popolo attraverso delle nuovi modi, i quali fondono l’ideale politico con proposta figurativa, una semplicità, contemporaneamente efficace, si muove fra le forme. Il Costruttivismo nella sua interezza abbraccia anche il campo architettonico e fotografico, oltre a quello pittorico e scultoreo.

Rodcenko, Libri, Manifesto pubblicitario, 1924

Rodcenko, Libri, Manifesto pubblicitario, 1924

La cultura grafica tedesca, nei primi anni del ‘900, era tanto radicata e consolidata da estendere i suoi confini al panorama figurativo, specialmente quello pittorico, poggiato su una base solida, costituita dalle ricche esperienze del secolo passato: pensiamo alla stagione della pittura romantica con Caspar David Friedrich, oppure a quella realista o ancora al singolare caso dei Pittori Nazareni.

Questa storia ha origine nella Germania Imperiale di Guglielmo II ed è la storia di individui aperti al confronto artistico, alla maturazione, alla conoscenza, nel giugno del 1905 a Dresda nasce l’avanguardia tedesca, che tutti conosciamo come Die Brücke.

Karl Schmidt-Rottluff – Ragazza allo specchio (1915)

Karl Schmidt-Rottluff – Ragazza allo specchio (1915)

A costituire questo gruppo sono dei giovani volenterosi: Ernst Ludwing Kirchner (1880 – 1938), Erich Heckel (1883 –1970), Karl Schmidt-Rottluff (1884 – 1976) e Fritz Bleyl (1880-1966), mentre successivamente si accostarono Emile Nolde (1867 – 1956) e Max Pechstein (1881 –1955). Tutti loro avevano un chiaro obiettivo: aprire l’orizzonte artistico tedesco. Sin dal principio questi giovani pittori lanciano il loro messaggio attraverso l’emblematico nome del gruppo Die Brücke, che tradotto vuol dire il ponte: proprio nella stessa maniera della struttura architettonica, il gruppo diventa il collegamento fra il passato pittorico e quello futuro.

Emil Nolde, Crocifissione, 1911-1912, Seebull, Germania, Nolde Stiftung (1)
Emil Nolde, Crocifissione, 1911-1912

La base di partenza è l’eredità romantica che pose in una posizione di rilievo la sfera sentimentale ed interiore. Il linguaggio figurativo dunque riflette questo pensiero guida e i pittori rifiutarono i canoni accademici, preferndo il linguaggio dei maestri post-impressionisti come Gauguin, Ensor, Van Gogh: ai nostri occhi si apre l’esperienza della pittura espressionista.

Riuscire ad interpretare e a dare voce alla parte nascosta di ogni individuo è il compito che spetta dunque al pittore, che dovrà cogliere attentamente ogni singolo particolare elanciare messaggi chiari attraverso il solo strumento della pennellata.

Nelle tele espressioniste le figure sono esili e sintetiche, marcate da una spessa linea di contorno, e i colori variano: da una tonalità scura si passa in poco tempo alla tonalità accesa e questo contrasto è la voce dei sentimenti che il pittore sente e porta su tela. Gli artisti guardano alla società che li circonda, colgono la parte nascosta della vita di tutti i giorni e i pittori della Die Brücke saranno i primi a cogliere la falsità regnante nella società tedesca, riportando con abile maestria i frutti prodotti da questa illusione di benessere, impostata su dei falsi miti.

Fonte Articolo (www.artspecialday.com/9art/2016/05/14/lezioni-darte-la-die-brucke-filtro-dellinteriorita/)

Oggi pubblichiamo, in versione integrale, il Manifesto Dadaista redatto da Tristan Tzara nel 1918, documento immortale dell’arte, guida necessaria per conoscere il movimento artistico.

“..Per lanciare un manifesto bisogna volere: A, B, C, scagliare invettive contro 1, 2, 3, eccitarsi e aguzzare le ali per conquistare e diffonder grandi e piccole a, b, c, firmare, gridare, bestemmiare, imprimere alla propria prosa l’accento dell’ovvietà assoluta, irrifiutabile, dimostrare il proprio non-plus-ultra e sostenere che la novità somiglia alla vita tanto quanto l’ultima apparizione di una cocotte dimostri l’essenza di Dio.

Scrivo un manifesto e non voglio niente, eppure certe cose le dico, e sono per principio contro i manifesti, come del resto sono contro i principi (misurini per il valore morale di qualunque frase). Scrivo questo manifesto per provare che si possono fare contemporaneamente azioni contradittorie, in un unico refrigerante respiro; sono contro l’azione, per la contraddizione continua e anche per l’affermazione, non sono nè favorevole nè contrario e non dò spiegazioni perchè detesto il buon senso.

DADA non significa nulla.

Marcel Duchamp, Fontana, 1917

Se lo si giustifica futile e non si vuol perdere tempo per una parola che non significa nulla. Il primo pensiero che ronza in questi cervelli è di ordine batteriologico: trovare l’origine etimologica, storica, o per lo meno psicologica. Si viene a sapere dai giornali che i negri Kru chiamano la coda di una vacca sacra DADA. Il cubo e la madre di non so quale regione italiana: DADA. Il cavallo a dondolo, la balia, doppia conferma russa e romena: DADA . Alcuni giornalisti eruditi ci vedono un arte per i neonati, per latri santoni, versione attuale di Gesùcheparlaaifanciulli, è il ritorno ad un primitivismo arido e chiassoso, chiassoso e monotono. Non si può costruire tutta la sensibilità su una parola, ogni costruzione converge nella perfezione che annoia, idea stagnante di una palude dorata, prodotto umano relativo.

L’opera d’arte non deve rappresentare la bellezza che è morta. Un’opera d’arte non è mai bella per decreto legge, obiettivamente, all’unanimità. La critica è inutile, non può esistere che soggettivamente, ciascuno la sua, e senza alcun carattere di universalità. Si crede forse di aver trovato una base psichica comune a tutta l’umanità? Come si può far ordine nel caos di questa informa entità infinitamente variabile: l’uomo? Parlo sempre di me perchè non voglio convincere nessuno, non ho il diritto di trascinare gli altri nella mia corrente, non costringo nessuno a seguirmi e ciascuno si fa l’arte che gli pare.

Così nacque DADA da un bisogno d’indipendenza. Quelli che dipendono da noi restano liberi. Noi non ci basiamo su nessuna teoria. Ne abbiamo abbastanza delle accademie cubiste e futuriste: laboratori di idee formali: Forse che l’arte si fa per soldi e per lisciare il pelo dei nostri cari borghesi? Le rime hanno il suono delle monete. Il ritmo segue e il ritmo della pancia vista di profilo.

Tutti i gruppi di artisti sono finiti in banca, cavalcando differenti comete. Una porta aperta ha la possibilità di crogiolarsi nel caldo dei cuscini e nel cibo. Il pittore nuovo crea un mondo i cui elementi sono i suoi stessi mezzi, un’opera sobria e precisa, senza oggetto. L’artista nuovo si ribella: non dipinge più (riproduzione simbolica e illusionistica) ma crea direttamente con la pietra, il legno, il ferro, lo stagno, macigni, organismi, locomotive che si possono voltare da tutte le parti, secondo il vento limpido della sensazione del momento.

Qualunque opera pittorica o plastica è inutile; che almeno sia un mostro capace di spaventare gli spiriti servili, e non la decorazione sdolcinata dei refettori degli animali travestiti da uomini, illustrazioni della squallida favola dell’umanità .Un quadro è l’arte di fare incontrare due linee, parallele per constatazione geometrica, su una tela, davanti ai nostri occhi, secondo la realtà di un mondo basato su altre condizioni e possibilità. Questo mondo non è specificato, nè definito nell’opera, appartiene alle sue innumerevoli variazioni allo spettatore.

La spontaneità dadaista.

L’arte è una cosa privata. L’artista lo fa per se stesso. L’artista, il poeta, apprezza il veleno della massa che si condensa nel caporeparto di questa industria. E’ felice quando si sente ingiuriato: una prova della sua incoerenza. Abbiamo bisogno di opere forti, dirette e imcomprese, una volta per tutte. La logica è una complicazione. La logica è sempre falsa. Tutti gli uomini gridano: c’è un gran lavoro distruttivo, negativo da compiere: spazzare, pulire. Senza scopo né progetto alcuno, senza organizzazione: la follia indomabile, la decomposizione. Qualsiasi prodotto del disgusto suscettibile di trasformarsi in negazione della famiglia è DADA; protesta a suon di pugni di tutto il proprio essere teso nell’azione distruttiva: DADA; presa di coscienza di tutti i mezzi repressi fin’ora dal senso pudibondo del comodo compromesso e della buona educazione: DADA ; abolizione della logica; belletto degli impotenti della creazione: DADA ; di ogni gerarchia ed equazione sociale di valori stabiliti dai servi che bazzicano tra noi: DADA ; ogni oggetto, tutti gli oggetti, i sentimenti e il buoi, le apparizioni e lo scontro inequivocabile delle linee parallele sono armi per la lotta: DADA ; abolizione della memoria: DADA ; abolizione dell’archeologia: DADA ; abolizione dei profeti: DADA ; abolizione del futuro: DADA ; fede assoluta irrefutabile inogni Dio che sia il prodotto immediato della spontaneità: DADA..”

Apriamo questa nuova rubrica intitolata Conosci l’Avanguardia, questa rubrica sarà incentrata sull’illustrazione delle opere, la conoscenza dei protagonisti delle Avanguardie del ‘900. Iniziamo con il Futurismo, avanguardia italiana nata nel 1909 in seguito alla pubblicazione su Le Figaro del Manifesto Futurista redatto da Filippo Tommaso Marinetti, da qui la propagazione in tutti i campi culturali.

Nel febbraio 1910 a Milano è la volta del Manifesto dei pittori futuristi, nell’aprile dello stesso anno anche il Manifesto tecnico dei pittori futuristi firmato da Umberto Boccioni, Carlo Carrà, Giacomo Balla, Gino Severini e Luigi Russolo.

Russolo, Carrà, Marinetti, Boccioni e Severini

Fra le righe del manifesto è espressa la volontà di rinnovare la pittura ancora legata all’impolverata accademia.
Proponiamo il testo integrale del Manifesto tecnico dei pittori futuristi:

<< Agli artisti giovani d’Italia!

Il grido di ribellione che noi lanciamo, associando i nostri ideali a quelli dei poeti futuristi, non parte già da una chiesuola estetica, ma esprime il violento desiderio che ribolle oggi nelle vene di ogni artista creatore. Noi vogliamo combattere accanitamente la religione fanatica, incosciente e snobistica del passato, alimentata dall’esistenza nefasta dei musei.Ci ribelliamo alla supina ammirazione delle vecchie tele, delle vecchie statue, degli oggetti vecchi e all’entusiasmo per tutto ciò che è tarlato, sudicio, corroso dal tempo, e giudichiamo ingiusto, delittuoso, l’abituale disdegno per tutto ciò che è giovane, nuovo e palpitante di vita.Compagni! Noi vi dichiariamo che il trionfante progresso delle scienze ha determinato nell’umanità mutamenti tanto profondi, da scavare un abisso fra i docili schiavi del passato e noi liberi, noi sicuri della radiosa magnificenza del futuro.Noi siamo nauseati dalla pigrizia vile che dal Cinquecento in poi fa vivere i nostri artisti d’un incessante sfruttamento delle glorie antiche. Per gli altri popoli, l’Italia è ancora una terra di morti, un’immensa Pompei biancheggiante di sepolcri. L’Italia invece rinasce, e al suo risorgimento politico segue il risorgimento intellettuale.Nel paese degli analfabeti vanno moltiplicandosi le scuole: nel paese del dolce far niente ruggono ormai officine innumerevoli: nel paese dell’estetica tradizionale spiccano oggi il volo ispirazioni sfolgoranti di novità. È vitale soltanto quell’arte che trova i propri elementi nell’ambiente che la circonda.Come i nostri antenati trassero materia d’arte dall’atmosfera religiosa che incombeva sulle anime loro, così noi dobbiamo ispirarci ai tangibili miracoli della vita contemporanea, alla ferrea rete di velocità che avvolge la Terra, ai transatlantici, alle Dreadnought, ai voli meravigliosi che solcano i cieli, alle audacie tenebrose dei navigatori subacquei, alla lotta spasmodica per la conquista dell’ignoto. E possiamo noi rimanere insensibili alla frenetica attività delle grandi capitali, alla psicologia nuovissima del nottarnbulismo, alle figure febbrili del viveur, della cocotte, dell’apache, e dell’alcolizzato?Volendo noi pure contribuire al necessario rinnovamento di tutte le espressioni d’arte, dichiariamo guerra, risolutamente, a tutti quegli artisti e a tutte quelle istituzioni che, pur camuffandosi d’una veste di falsa modernità, rimangono invischiati nella tradizione, nell’accademismo, e soprattutto in una ripugnante pigrizia cerebrale. Noi denunciamo al disprezzo dei giovani tutta quella canaglia incosciente che a Roma applaude a una stomachevole rifioritura di classicismo rammollito; che a Firenze esalta dei nevrotici cultori d’un arcaismo ermafrodito; che a Milano rimunera una pedestre e cieca manualità quarantottesca; che a Torino incensa una pittura da funzionari governativi in pensione, e a Venezia glorifica un farraginoso patinume da alchimisti fossilizzati!Insorgiamo, insomma, contro la superficialità, la banalità e la facilità bottegaia e cialtrona che rendono profondamente spregevole la maggior parte degli artisti rispettati di ogni regione d’Italia. Via, dunque, restauratori prezzolati di vecchie croste! Via, archeologhi affetti da necrofilia cronica! Via, critici, compiacenti lenoni! Via, accademie gottose, professori ubbriaconi e ignoranti! Via! Domandate a questi sacerdoti del vero culto, a questi depositari delle leggi estetiche, dove siano oggi le opere di Giovanni Segantini; domandate loro perché le Commissioni ufficiali non si accorgano dell’esistenza di Gaetano Previati; domandate loro dove sia apprezzata la scultura di Medardo Rosso!…E chi si cura di pensare agli artisti che non hanno vent’anni di lotte e di sofferenze, ma che pur vanno preparando opere destinate ad onorare la patria? Hanno ben altri interessi da difendere, i critici pagati! Le esposizioni i concorsi, la critica superficiale e non mai disinteressata condannano l’arte italiana all’ignominia di una vera prostituzione! E che diremo degli specialisti? Suvvia! Finiamola, coi Ritrattisti, cogl’Internisti, coi Laghettisti, coi Montagnisti!…Li abbiamo sopportati abbastanza, tutti codesti impotenti pittori da villeggiatura! Finiamola con gli sfregiatori di marmi che ingombrano le piazze e profanano i cimiteri! Finiamola con l’architettura affaristica degli appaltatori di cementi armati! Finiamola coi decoratori da strapazzo, coi falsificatori di ceramiche, coi cartellonisti venduti e cogli illustratori sciatti e balordi!Ed ecco le nostre conclusioni recise: Con questa entusiastica adesione al futurismo, noi vogliamo:

1) Distruggere il culto del passato, l’ossessione dell’antico, il pedantismo e il formalismo accademico.

2) Disprezzare profondamente ogni forma d’imitazione.

3) Esaltare ogni forma di originalità, anche se temeraria, anche se violentissima.

4) Trarre coraggio ed orgoglio dalla facile faccia di pazzia con cui si sferzano e s’imbavagliano gl’innovatori.

5) Considerare i critici d’arte come inutili e dannosi.

6) Ribellarci contro la tirannia delle parole: armonia e di buon gusto, espressioni troppo elastiche, con le quali si potranno facilmente demolire l’opera di Rembrandt, quella di Goya e quella di Rodin.

7) Spazzar via dal campo ideale dell’arte tutti i motivi, tutti i soggetti già sfruttati.

8) Rendere e magnificare la vita odierna, incessantemente e tumultuosamente trasformata dalla scienza vittoriosa. Siano sepolti i morti nelle più profonde viscere della terra! Sia sgombra di mummie la soglia del futuro! Largo ai giovani, ai violenti, ai temerari!

Umberto Boccioni , Carlo Dalmazzo Carrà , Luigi Russolo, Giacomo Balla , Gino Severini >>

Per saperne di più consigliamo la visione di questo stupendo documentario realizzato da Rai Storia Arte del ‘900- Il Futurismo