Forse perchè della fatal quïete
Tu sei l’immago a me sì cara, vieni,
O Sera! E quando ti corteggian liete
Le nubi estive e i zeffiri sereni,

E quando dal nevoso aere inquiete
Tenebre, e lunghe, all’universo meni,
Sempre scendi invocata, e le secrete
Vie del mio cor soavemente tieni.

Vagar mi fai co’ miei pensier su l’orme
Che vanno al nulla eterno; e intanto fugge
Questo reo tempo, e van con lui le torme

Delle cure, onde meco egli si strugge;
E mentre io guardo la tua pace, dorme
Quello spirto guerrier ch’entro mi rugge.

William Turner, Pescatori in mare, 1796, olio su tela, 91,5 x 122,5 cm, Londra, Tate Gallery.

La Pietà di Giovanni Bellini è fra i maggiori capolavori della pittura veneziana ed italiana del Quattrocento, l’opera è conservata alla Pinacoteca di Brera a Milano e fu realizzata dal maestro veneto nel 1465.

Giovanni Bellini, Pietà, tempera su tavola, 86 x 107 cm, 1465 ca., Milano, Pinacoteca di Brera.

La scena si svolge al di la di una balaustra marmorea, Cristo, privo di vita, è il centro della composizione, e sostenuto dalla Vergine Maria, raffigurata a sinistra, che in tutta la sua compostezza non sopprime il grande dolore della perdita del figlio. Il suo volto, accostato a quello privo di vita del figlio, racconta con intimità il reale senso della tristezza del momento. A destra è presente Giovanni, anche lui sostiene il Cristo, il giovane apostolo è triste ma rivolge lo sguardo verso la sua sinistra, quasi a non voler invadere il dolore della madre di Dio.

Bellini inserisce alle spalle delle tre figure un paesaggio campestre, riconoscibile solo dallo scorcio presente al fianco della Madonna, il cielo è annuvolato, dunque anche la natura sente il peso dolente del momento.
La luce leggera e definisce i particolari e racchiude la composizione in un cerchio realistico, il pallido colore del corpo del cristo, accentuato nei particolari anatomici, sottolinea l’assenza di vita. Anche la natura, cromaticamente, non si discosta dai personaggi. Questa particolarità accentua nello spettatore il sentimento della tristezza. Stilisticamente Bellini è influenzato da Mantegna, solo che fra i primo la luce dona alle composizioni un tono realistico

Cristo è il centro dell’opera, Piero della Francesca ferma l’attimo sul momento chiave, ovvero quando l’acqua sta toccare il capo del messia. A destra Giovanni Battista si accinge a battezzare Gesù, in alto, la colomba dello Spirito Santo da da cui escono fuori dei leggeri raggi dorati, questa è collocata in asse con battezzato. A sinistra un albero stretto ed alto separa la scena del battesimo, al di la il pittore colloca i tre angeli che osservano l’evento.
In secondo piano oltre al fiume c’è del movimento, a destra un uomo si spoglia delle vesti per essere battezzato, in profondità dei sacerdoti sfilano in processione. Delle colline silenziose sono lo sfondo dell’evento sacro.

Piero della Francesca, Battesimo di Cristo, tavola centinata, 167×116 1450, Londra, National Gallery

Il pittore ferma il momento ed introduce un senso di tranquillità, questo grazie all’attenta scelta delle tinte. L’importanza di quest’opera è racchiusa nel realismo presente, per lo scenario Piero della Francesca prende spunto dalla natura che circonda Sansepolcro (sua città natale). L’opera fu commissionata dall’Abbazia Camaldolese di Sansepolcro ed era la tavola centrale di un polittico. L’opera, come in tutti gli altri capolavori del maestro, non è solo il frutto della conoscenza artistica, ma anche di quella matematica. Forse con il connubbio di queste due discipline da alle opere di Piero della Francesca un tono quasi misterioso.

Il romanzo fiabesco affascinava il pubblico dell’Ottocento, specialmente le storie che a metà racconto incontravano scenari fantasiosi e dunque il tema attirava e coinvolgeva numerosi lettori, fra cui anche diversi artisti. Alla del Settecento e per quasi tutto l’Ottocento, diversi pittori ritrarranno scene, episodi, fantasiosi, i quali vengo tratti da racconti o dalla pura fantasia personale.
Durante il periodo romantico in Germania il genere fiabesco poggia sulle antiche leggende, in cui vi era il mondo regale fatto di principi e principesse, streghe e maghi, folletti e fate, ma anche di simboli e allegorie.

Philipp Otto Runge (Wolgast 1777 – Amburgo 1810) è un esponente, potremmo dire, della “pittura fiabesca”, ma non solo l’arte lo vuole come uno dei maggiori interpreti della pittura romantica tedesca. E’ un luminare del suo campo, oltre ad essere pittore è anche un pensatore, di lui restano le teorie sul significato dei colori.

Philipp Otto Runge, autoritratto, 1802-03, Amburgo, Kunsthalle

Le sue opere sono il frutto dell’unione di diverse componenti artistiche ed interiori: poesia, musica, sentimenti. Essenziale per la pittura romantica è il “simbolo”. Tale idea simbolica in lui resta in un grande lavoro, intitolato I momenti del giorno, ovvero la descrizione simbolica delle quattro fasi del giorno, di cui solo Il Mattino è completa, delle altre restano i bozzetti.

Philipp Otto Runge, Il Mattino, olio su tela, 1808, Amburgo, Kunsthalle

Runge si muove nella fantasia, anzi genera la fantasia, per il pittore il mattino non è altro che “sconfinata illuminazione dell’universo“, l’atmosfera del giorno che inizia è coronata da diverse figure, ricordano gli amorini presenti all’interno delle pitture rinascimentali.
La donna al centro è sovrastata dal ciglio che si apre alla vita. La forte luce, crescente e rischiarante verso l’alto, illumina la scena, è la luce del nuovo giorno ma anche la luce del divino, Runge intreccia la spiritualità cristiana con l’immaginazione fantasiosa e terrestre.
La luce è il filo conduttore all’interno dell’opera, la conoscenza del simbolo guida all’interpretazione del contenuto.