Otto Dix, il senso della critica

Otto Dix (Gera, 2 dicembre 1891 – Singen, 25 luglio 1969) è fra i maggiori pittori del ‘900 europeo, artefice di una pittura dal carattere dispregiativo nei confronti della società a lui contemporanea. Siamo in Germania, il primo conflitto mondiale è terminato, sulle macerie del tramontato Impero Tedesco è sorta la Repubblica di Weimar, si cerca in tutti modi di risollevare l’economia, di ristabilire una solidità politica, ma all’interno della società si respira un’aria pesante di grande sfiducia nei confronti dello stato stesso, inizia prendere terreno un nazionalismo sfrenato, il quale speculando sulla difficoltà della gente, allargherà sempre più i consensi. Otto non riesce a fare finta di niente, fingere servirebbe a ben poco, anzi contribuirebbe ad allargare la piaga in senso morale, dunque decide di denunciare in maniera satirica e provocatoria.

Ma conosciamo meglio il pittore, Otto studia l’arte sin da giovane, il primo approccio alla materia avviene a Dresda presso la Scuola di Arti Decorative, formazione consolidata in seguito presso l’Accademia delle Belle Arti, ma la vera indole interiore, che come sempre forgia il pittore, la ottiene nelle gallerie d’arte, qui ha modo di osservare, toccare con mano, confrontarsi e copiare i grandi del passato e del suo presente; questo interfacciarsi gli vale molto di più di una lezione a scuola.

The Nun. 70 cm x 52 cm, Colore ad olio, 1914

La sua stessa vita inciderà molto nella maturazione artistica, gli eventi che la caratterizzeranno non tarderanno a bussare, prima fra tutte la Guerra; Otto Dix vive l’esperienza del fronte, ciò provoca in lui grande timore interiore e disgusto per la violenza, questo tema ritornerà nelle sue opere con grande tono morale, il maestro diviene un testimonial vivente contro ogni violenza bellica.

Giocatori di Skat 1920, Olio e collage su tela, Pittura e collage, 110 × 87 cm, Neue Nationalgalerie , Berlino

La fine del conflitto lascia le macerie, ma non ferma la speranza, la Germania riparte, l’arte riparte dalla base tracciata dalla prima fase dell’Espressionismo pittorico, ma c’è ben altro alle porte, Otto Dix, assieme ad altri uomini del panorama artistico tedesco, avvia l’esperienza dadaista, qui rincara la dose il suo senso della denuncia e diverse opere verranno realizzate mediante le tecniche tipiche del dadaismo come il collage.

Il Ritratto della giornalista Sylvia Von Harden 1,21 m x 89 cm. olio e tempera su tavola, Musée National d’Art Moderne, Centre Georges Pompidou, Parigi

Ma la vera anima di Otto Dix esce fuori con l’arrivo della Nuova Oggettività, siamo negli anni ’20 e c’è il ritorno all’ordine, le avanguardie che avevano stravolto il panorama artistico sono oramai un vecchio ricordo, le opere iniziano ad essere chiare alla vista degli spettatori, ritorna la figura. Con l’avvento del regime nazista, la sua arte fu considerata degenerata, perché non consona con l’ideologia del regime, la sua pittura visse nella totale clandestinità, senza mai dimenticare la sua vera missione, morì il 25 luglio del 1969.

Metropolis, 1927-28, Olio su tela, Galerie der Stadt, Stoccarda

Nell’insieme, le opere di Dix guardano alla società della Germania a lui contemporanea, costituita da grandi divari; Otto riporta su tela il dramma vivente, gli ultimi i sono i protagonisti dei suoi racconti figurativi, è ormai lontana quella città mondana dei divertimenti giovanili. Dipinge e denuncia, non riesce a stare in silenzio, tutti devono sapere e conoscere i danni provocati dal cattivo potere, ad accentuare questa protesta sono le forme dai utilizzare, i suoi personaggi entrano nella sfera del grottesco, sembrano buffi e terrificanti, ma la verità in questo modo è più efficace.

 

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