Giorgio Vasari è il celebre autore delle Vite de’ più eccellenti pittori, scultori e archittettori, opera che portato sino ai giorni nostri la vita dei più grandi dell’arte del suo tempo e del passato. Oggi ci parla di Pietro Cavallini (Roma, 1240 ca – 1330 ca), pittore del ‘200, forse il più illustre della scuola romana del ‘200. Il Vasari nella sua opera ci parla di questo pittore, citando anche i cantieri della sua città in cui fu attivo, Vasari lo riporta così:

<<….Essendo già stata Roma molti secoli priva delle buone lettere e della gloria dell’armi, ma eziamdio di tutte le scienze e bone arti, come Dio volle, nacque in essa Pietro Cavallini in quei tempi che Giotto, avendo si può dire tornato la pittura, teneva fra i pittori il principato…>>.

Si parla dunque di un ritorno alla gloria artistica di Roma proprio con Pietro Cavallini, terminano così gli anni di decadenza artistica e culturale, inoltre sottolinea che il pittore romano è contemporaneo di Giotto, ovvero il più grande dei pittori di quel tempo, anzi Vasari lo inserisce fra gli allievi del pittore toscano, specificandone la collaborazione di Cavallini nella fabbrica di San Pietro.

Cavallini opera in diverse chiese di Roma e Vasari ne porta fedelmente testimonianza:

<<…In S. Paulo poi for di Roma fece la facciata che v’è di musaico, e per la nave del mezzo molte storie del Testamento Vecchio…[..].…in S. Maria in Trastevere moltissime cose colorite per tutta la chiesa in fresco. Dopo, lavorando alla cappella maggiore di musaico e nella facciata dinanzi alla chiesa, mostrò nel principio di cotale lavoro, senza l’aiuto di Giotto saper non meno esercitare a condurre a fine il musaico….>>.

Natività della Vergine, Storie della Vergine, mosaico, Santa Maria in Trastevere, Roma

Uno dei primi lavori del Cavallini a Roma è quello di San Paolo fuori le mura, dove realizza un ciclo di mosaici raffiguranti Storie dell’Antico Testamento e degli Atti degli Apostoli, mentre In Santa Maria in Trastevere realizza nel 1291 realizza i mosaici narranti le Storie della Vergine, qui Cavallini compie il salto di qualità, sappiamo che artisticamente il panorama romano è strettamente influenzato dal linguaggio figurativo bizantino, dunque in questi lavori si registra il superamento di questa fase e l’adesione all’esperienza toscana di Cimabue e Giotto; c’è maggiore senso del realismo.

L’Annunciazione, Storie della Vergine, mosaico, Santa Maria in Trastevere, Roma

Cavallini lavora anche in San Giorgio in Velabro, dove affresca l’abside, ma l’altro grande cantiere è quello di Santa Cecilia in Trastevere:

<<…pure in Trastevere dipinse in S. Cecilia quasi tutta la chiesa di sua mano…>>;

affresco nella Chiesa di Santa Cecilia in Trastevere, Roma

qui al posto del mosaico adopera la tecnica dell’affresco, il risultato è eccellente e risente dell’influenza della pittura toscana, questo particolare stilistico è possibile notarlo in dei punti chiave come nell’accenno della tridimensionalità data alle figure, sottolineata dal gioco di luci ed ombra, vi è una maggiore naturalezza nei movimenti dei personaggi, la staticità della pittura bizantina è oramai un ricordo. Cavallini rinnova la pittura romana e apre una nuova stagione.

 

Otto Dix (Gera, 2 dicembre 1891 – Singen, 25 luglio 1969) è fra i maggiori pittori del ‘900 europeo, artefice di una pittura dal carattere dispregiativo nei confronti della società a lui contemporanea. Siamo in Germania, il primo conflitto mondiale è terminato, sulle macerie del tramontato Impero Tedesco è sorta la Repubblica di Weimar, si cerca in tutti modi di risollevare l’economia, di ristabilire una solidità politica, ma all’interno della società si respira un’aria pesante di grande sfiducia nei confronti dello stato stesso, inizia prendere terreno un nazionalismo sfrenato, il quale speculando sulla difficoltà della gente, allargherà sempre più i consensi. Otto non riesce a fare finta di niente, fingere servirebbe a ben poco, anzi contribuirebbe ad allargare la piaga in senso morale, dunque decide di denunciare in maniera satirica e provocatoria.

Ma conosciamo meglio il pittore, Otto studia l’arte sin da giovane, il primo approccio alla materia avviene a Dresda presso la Scuola di Arti Decorative, formazione consolidata in seguito presso l’Accademia delle Belle Arti, ma la vera indole interiore, che come sempre forgia il pittore, la ottiene nelle gallerie d’arte, qui ha modo di osservare, toccare con mano, confrontarsi e copiare i grandi del passato e del suo presente; questo interfacciarsi gli vale molto di più di una lezione a scuola.

The Nun. 70 cm x 52 cm, Colore ad olio, 1914

La sua stessa vita inciderà molto nella maturazione artistica, gli eventi che la caratterizzeranno non tarderanno a bussare, prima fra tutte la Guerra; Otto Dix vive l’esperienza del fronte, ciò provoca in lui grande timore interiore e disgusto per la violenza, questo tema ritornerà nelle sue opere con grande tono morale, il maestro diviene un testimonial vivente contro ogni violenza bellica.

Giocatori di Skat 1920, Olio e collage su tela, Pittura e collage, 110 × 87 cm, Neue Nationalgalerie , Berlino

La fine del conflitto lascia le macerie, ma non ferma la speranza, la Germania riparte, l’arte riparte dalla base tracciata dalla prima fase dell’Espressionismo pittorico, ma c’è ben altro alle porte, Otto Dix, assieme ad altri uomini del panorama artistico tedesco, avvia l’esperienza dadaista, qui rincara la dose il suo senso della denuncia e diverse opere verranno realizzate mediante le tecniche tipiche del dadaismo come il collage.

Il Ritratto della giornalista Sylvia Von Harden 1,21 m x 89 cm. olio e tempera su tavola, Musée National d’Art Moderne, Centre Georges Pompidou, Parigi

Ma la vera anima di Otto Dix esce fuori con l’arrivo della Nuova Oggettività, siamo negli anni ’20 e c’è il ritorno all’ordine, le avanguardie che avevano stravolto il panorama artistico sono oramai un vecchio ricordo, le opere iniziano ad essere chiare alla vista degli spettatori, ritorna la figura. Con l’avvento del regime nazista, la sua arte fu considerata degenerata, perché non consona con l’ideologia del regime, la sua pittura visse nella totale clandestinità, senza mai dimenticare la sua vera missione, morì il 25 luglio del 1969.

Metropolis, 1927-28, Olio su tela, Galerie der Stadt, Stoccarda

Nell’insieme, le opere di Dix guardano alla società della Germania a lui contemporanea, costituita da grandi divari; Otto riporta su tela il dramma vivente, gli ultimi i sono i protagonisti dei suoi racconti figurativi, è ormai lontana quella città mondana dei divertimenti giovanili. Dipinge e denuncia, non riesce a stare in silenzio, tutti devono sapere e conoscere i danni provocati dal cattivo potere, ad accentuare questa protesta sono le forme dai utilizzare, i suoi personaggi entrano nella sfera del grottesco, sembrano buffi e terrificanti, ma la verità in questo modo è più efficace.

 

L’arte è libera, l’opera stessa è il risultato di questo spirito libero, Medardo Rosso (Torino, 20/21 giugno 1858 Milano, 31 marzo 1928) è l’esempio tangibile. Medardo è uno scultore, non si chiude nella provincia, ma si apre al panorama internazionale, forse il tassello principale della sua vena artistica è il confronto con l’ambiente francese.

Medardo Rosso a lavoro

È senz’altro una figura singolare, Medardo non si limita ad osservare, egli partecipa, le sue opere ci raccontano di uno scultore rivolto verso l’impegno sociale, egli cerca di cogliere l’attimo, modella la forma con grande velocità e abilità.

Ecce puer, 1906, Galleria Ricci Oddi, Piacenza

Si forma a Milano presso l’Accademia di Brera, ma ancor più influente per la sua formazione fu il contatto con la gioventù scapigliata milanese, ma la vera fucina è un’altra, Medardo amplia il suo orizzonte artistico in seguito al soggiorno parigino avvenuto nel 1889, nella capitale francese viene subito travolto dal fervore artistico, le influenze impressioniste, già inconsciamente presenti in lui, si rafforzano, qui può sperimentare, confrontare; inizia un nuovo percorso.

Bookmaker, Galleria Nazionale d’Arte Moderna, Roma

Alla stessa maniera dei pittori impressionisti sofferma lo sguardo sulla quotidianità, egli scruta la società che lo circonda, nota la differenza fra la ricchezza e la povertà, fra le emozioni di ogni singolo volto, questo è il punto di inizio; Medardo prende la materia, trasportando la realtà in opera e lo fa senza correggere l’elaborato, perché la creazione lui l’affida alla naturalezza del gesto. Medardo governa la materia, opera parallelamente con la luce, che una volta terminata l’opera, crea l’effetto di luci ed ombre.

Si tratta di una delle più belle opere realizzate da Giotto (Vespignano, 1267 circa – Firenze, 8 gennaio 1337), si tratta del Polittico Stefaneschi, opera realizzata mediante la tecnica della tempera su tavola, dipinta intorno al 1320, oggi conservata presso la Pinacoteca Vaticana a Roma.

L’opera è strutturata in tre sezioni, ed è dipinta sul fronte e sul retro, si riscontra la presenza della predella. Nella parte frontale, nella sezione centrale è raffigurato San Pietro in trono con ai lati degli angeli e dei santi, in ginocchio, ai piedi della cattedra, due uomini, quello a sinistra è il committente dell’opera, ovvero il Cardinale Jacopo Caetani Stefaneschi, che offre al principe degli apostoli il polittico. Nelle sezioni laterali del polittico trovano posto i santi Andrea, Giacomo, Giovanni Evangelista e Paolo. Le figure sono tutte inserite al disotto di arcate a sesto acuto, tipiche dello stile architettonico gotico, i santi sembrano inseriti all’interno di nicchie, mentre san Pietro in trono è posto al disotto di una arco a sesto acuto trilobato; al di sopra si aprono dei piccoli rosoni lobati su cui sono inseriti delle figure rappresentati profeti e angeli.

Polittico Stefaneschi, fronte

Polittico Stefaneschi, fronte

Nel retro, sempre al di sotto della stessa impostazione architettonica, Giotto inserisce nel pannello centrale Cristo in trono, attorniato dalle schiere angeliche, particolare è il baldacchino sotto cui siede Cristo, il quale stilisticamente riprende il gusto del tempo, nel pannello di sinistra ritroviamo il Martirio di San Paolo, mentre il quello di destra la Crocifissione di Pietro. I tre pannelli tematicamente sembrerebbero indipendenti e invece sono uniti fra loro, perché la parola del Messia e il sangue dei Martiri sono la roccia su cui poggia la Chiesa. Nella predella, al centro la Vergine in trono con il Bambino, seguono a sinistra e destra gli Apostoli.

Polittico Stefaneschi, fronte

Polittico Stefaneschi, fronte

Nel polittico è ormai lontana l’influenza bizantina, tranne per quanto riguarda il fondale dorato, simbolo della dimensione celestiale ultraterrena, ma lo stesso dorato è li anche per simboleggiare la regalità del posto in cui il polittico era sposto, in principio era collocato sull’altare maggiore della Basilica di San Pietro in Vaticano.

Polittico_stefaneschi_retro-2

Giotto dimostra l’abile maestria nella raffigurazione dei corpi, ma soprattutto dei volti, dai quali si nota la reale espressività, soprattutto nelle scene di martirio, in cui il sentimento dolore è reso in maniera assolutamente realistica.

Si racconta che la parte frontale, simboleggiante la Chiesa nel potere spirituale, fosse rivolta verso l’assemblea dei fedeli, mentre la parte posteriore, narrante il fondamento della Chiesa, fosse rivolta verso l’area presbiterale; dunque davanti a noi abbiamo un opera da un valore unico.

 

E’ il momento della spensieratezza e le donne non si accorgono del tempo che passa, succede anche a noi quando siamo in compagnia e viviamo un momento tranquillità, non ci accorgiamo del susseguirsi delle ore. Silvestro Lega (Modigliana, 8 dicembre 1826 – Firenze, 21 novembre 1895), nel Canto dello stornello, un olio su tela realizzato nel 1867, oggi conservato a Firenze presso la Galleria d’Arte Moderna, ci racconta un momento di vita quotidiana di tre giovani ragazze.

 

Silvestro Lega, Il canto dello stornello, 1867, Olio su tela. 158x98cm, Galleria d’Arte Moderna , Firenze.

Il pittore ci introduce nel momento di vita privata, siamo in una stanza, e qui c’è chi suona al piano una melodia, c’è chi invece con gli occhi puntati sullo spartito intona il canto, tutto è così calmo. E’ una scena di vita quotidiana, resa nel minino dettaglio, questa tematica è tanto cara a Silvestro Lega, infatti nel ’68 riproporrà tale argomento nel Pergolato.

Ma oltre fattore quotidiano nell’opera c’è dell’altro, il pittore riesce a rendere la serenità nascosta nell’istante, ma ancor più importante è il recupero dell’eredità della pittura quattrocentesca, rievocata attraverso la monumentalità dei corpi e l’impostazione scenica, l’elemento di serenità è simboleggiato dallo scorcio campestre riscontrabile dalla finestra presente in secondo piano; la perfetta organizzazione dello spazio è dovuta all’ottima conoscenza della regola prospettica, questo fattore sottolinea l’educazione accademica di Lega, la quale resterà viva anche nelle speriementazioni future.

Silvestro Lega cura i particolari, ogni aspetto decorativo presente nella stanza, possiamo rendercene conto osservando le mattonelle, il drappo che scende sulla destra, la gonna della ragazza; altro grande elemento è la luce, la quale si posa leggera sui corpi, dando un ulteriore contributo al realismo presente. L’opera rispecchia l’anima del movimento dei Macchiaioli, ovvero la pittura che diviene racconto del vero.

..Com’è bella la città
com’è grande la città
com’è viva la città
com’è allegra la città…

Così cantava Giorgio Gaber nella sua celebre canzone intitolata proprio Com’è bella la città: restando fedeli al senso letterale delle parole è un inno alla città e a tutti i suoi volti, e Gaber esalta la bellezza racchiusa in essa. Ma un centro urbano, medio o grande che sia, non è sempre vivace, perché proprio come ogni estensione, man mano che la materia, o qualunque altra cosa sia, si allontana dal centro perde di densità e questo accade anche per la città. Molti artisti spesso hanno soffermato lo sguardo sul cuore del centro urbano, analizzando da vicino l’aspetto commerciale, mondano, ecc., ma c’è chi preferisce come Mario Sironi (Sassari, 12 maggio 1885 – Milano, 13 agosto 1961), pittore italiano e fra i più noti del secolo scorso, tutt’altra visione.

Il pittore lo fa nel 1922, proprio quando dipinge Periferia, un olio su tela con dimensioni di 60×70, oggi di proprietà di una collezione privata. Nell’osservare l’opera si coglie subito il senso di solitudine percepibile in ogni periferia e notiamo subito una differenza con gli scorci urbani del passato: qui non ci sono persone, però c’è il movimento. Il quadro è impostato su due versanti: nella parte di sinistra c’è il percorso, il moto curvilineo delle rotaie portano alla velocità del treno che rimandano al ritmo frenetico, mentre in profondità Sironi pone degli edifici, resi attraverso una pennellata veloce. Nella parte di destra del dipinto invece notiamo più calma, troviamo degli edifici, dei veri e propri solidi geometrici, che non sono altro che fabbriche e a ricordarcelo è la canna fumaria che svetta in alto come una torre. Gli edifici, la velocità, il fumo, tutto ci parla e ci racconta di una periferia industriale di una grande città. I colori partecipano al discorso figurativo, anzi sono loro ad accentuare la sfera sentimentale che si nasconde fra gli edifici.

È lo specchio di quegli anni: ne sono passati quattro dalla Grande Guerra e la società sente un gran bisogno di ristabilire l’ordine del passato, tutto ritorna in carreggiata e anche nel campo artistico vale lo stesso discorso. Mario Sironi è fra i fondatori del Novecento, movimento artistico nato a Milano nel ’23 che si pone l’obbiettivo di andare oltre l’eredità lasciata dall’Avanguardia Futurista. Nell’opera c’è ordine e precisione ma resta ancora vivo qualche legame con il linguaggio d’avanguardia, che però non è più decisivo: ora è in atto un discorso più razionale che rispolvera l’eredità artistica passata, messa forzatamente in cantina dal Futurismo.

Non è poi così tanto distante la periferia di oggi da quella riprodotta da Sironi: oggi questi luoghi vivono la stessa solitudine, sentiamo non di rado proclami politici del tipo «Ripartiamo dalle periferie!», perché spesso il termine periferia è associato al degrado, alla dimenticanza, ma noi stessi, proprio come Mario Sironi, possiamo raccontare altro. Perché la periferia, proprio come il centro della città, ha anche le sue sfumature colorate, bisogna solamente saperle cogliere ed osservarle, magari integrarle e collegarle, creando così quell’insieme che Gaber cantava e Sironi dipingeva.

FONTE ARTICOLO:http://www.artspecialday.com/9art/2016/07/09/lezioni-darte-lordine-di-mario-sironi