max-ernst-la-vestizione-della-sposa1La giornata volge al termine, entri in casa e siedi sul divano, bevi qualcosa di forte, sei solo tu e la tua immaginazione, al varco ci attende la stanchezza che apre i cancelli e libera tutte le più grandi assurdità che la sola mente umana può generare; quell’individuo seduto sei tu, sono io, lo è stato anche Max Ernst (Brühl, 2 aprile 1891 – Parigi, 1 aprile 1976), pittore tedesco, autore di opere dal carattere misterioso.

L’opera intitolata La vestizione della sposa, un olio su tela realizzato intorno al 1940 ed il 1941, oggi conservato a Venezia presso la Collezione Peggy Guggenheim, ci racconta da vicino il pittore e ci introduce nella sua vocazione pittorica surrealista.

L’enigma avvolge l’atmosfera, delle figure si muovono in uno spazio ambiguo composto da una pavimentazione simile ad una scacchiera e che subito ci ricorda che siamo in una dimensione non reale, i quadrati bianchi e neri del pavimento legano bene con l’effetto ottico sviluppato dai conci di tufo quadrati presenti nelle mura.

Non lasciamoci illudere dal titolo dell’opera e non scandalizziamoci se non troviamo l’abito bianco, perché qui la sposa c’è ed è proprio la figura femminile nuda e coperta dal mantello di piume rosse; questa entità ci apre al mistero.

Osservando bene, la giovane donna è coperta da un costume che ha il volto simile a quello di un barbagianni. Al suo fianco trovano collocazione altre figure, potremmo dire mostruose e fantasiose, ma soprattutto enigmatiche: sulla sinistra una figura metà pennuto e metà uomo che punta una lancia in direzione della sposa, sulla destra, nel primo piano in basso troviamo una piccola figura grottesca e deformata, poco graziosa, che si asciuga il viso, e la sua formazione anatomica ci riporta indietro alle sculture del paleolitico. In secondo piano invece c’è una giovane donna, spoglia delle vesti, completamente nuda e con il capo rivolto all’indietro: osserviamo la compattezza della capigliatura, di come è distesa nello spazio, sembra superare le leggi della gravità. Dietro attaccata al muro, una tela raffigurante la giovane sposa proprio nella stessa posa con cui la vediamo nell’opera, solo che nella tela in profondità è rappresentata mentre cammina in uno scenario pietroso.

È un’opera carica di simbologia allusiva alla sfera amorosa, legata al gesto che la giovane donna sta per compiere, vale a dire le nozze. Il gufo da sempre è l’animale che più ci affascina, i suoi occhioni brillano anche nella piena oscurità e ci spaventano: proprio come l’uccello, la donna solo attraverso la passione dell’amore fisico riuscirà a compensare la dote intellettuale già presente in lei, solo così potrà avere maggiore conoscenza degli aspetti più nascosti di ciò che la circonda. Le altre figure alludono alla sessualità amorosa: la figura di sinistra è l’uomo, colui che si unirà nell’azione amorosa con la donna e dunque simboleggia la perdita della castità, la donna posta in secondo piano a destra è l’interpretazione della purezza e se notiamo la sposa con la mano sinistra la allontana, questo particolare sottolinea la fine della verginità. La sposa si fa strada fra la condizione del passato e quello del futuro. La piccola figura in basso a destra è l’allusione alla fertilità, infatti la piccola creatura piange e le sue lacrime rappresentano l’idea sbagliata che ha condotto la sessualità a divenire necessità.

L’opera può sembrare bizzarra, ma riesce descrivere bene il tema dell’erotismo, Max Ernest sfiora il volgare, ma nonostante tutto riesce a cogliere i due volti, ovvero la ragione e l’istinto presenti nell’eros. Dunque la vestizione non è altro che la fine e l’inizio, il passaggio ad una nuova condizione. Ma attenzione, ricordiamoci che davanti ai nostri occhi si apre una scena onirica, frutto della parte più buia dell’animo umano.

FONTE ARTICOLO (http://www.artspecialday.com/9art/2016/05/28/lezioni-darte-lenigma-di-max-ernst/)

Silvestro Lega,  Il pergolato (1868) – Olio su tela Pinacoteca di Brera, Milano

Silvestro Lega, Il pergolato (1868) – Olio su tela
Pinacoteca di Brera, Milano

Le opere d’arte hanno un potere quasi magico: sono delle finestre aperte sulla storia, spesso fondamentali per conoscere gli usi ed i costumi del passato oltre alle fonti scritte.

Nella seconda metà dell’800 l’Italia è nell’occhio del ciclone: uno dei più bei periodi della storia nazionale è alle porte, siamo negli anni del Risorgimento e dell’Unità d’Italia, e c’è un gruppo di pittori che racconterà questo momento storico osservandolo da varie angolature, soprattutto la fase post-unitaria, prediletta da questi artisti. Silvestro Lega (Modigliana, 8 dicembre 1826 – Firenze, 21 novembre 1895) è uno di loro: il pittore toscano, fra i maggiori esponenti del movimento dei Macchiaioli, sarà il nostro tramite con questo spaccato di storia italiana. Fra le sue opere più importanti c’è senz’altro Il pergolato, un olio su tela realizzato nel 1868, oggi conservato a Milano presso la Pinacoteca di Brera.

È una bella giornata, il sole è forte e riscalda gli ambienti, forse sono i primi giorni d’estate. La natura è viva di nuovo dopo il lungo inverno ed inizia a risplendere. Viene percepito dall’osservatore un certo calore emanato dall’opera, ovvero quella sensazione non soltanto legata alla natura e al clima, bensì all’impressione umana: quel calore che echeggia fra le donne sedute sotto al pergolato. Le protagoniste dell’opera non interagiscono fra loro, forse inizieranno a fare comunella quando giungerà il caffè che la cameriera sta per portare, mentre la bimba in secondo piano ingenuamente e con espressività racconta una storia. Silvestro Lega coglie il momento giusto, riporta sulla tela una pacifica scena di vita quotidiana vissuta da un gruppo di semplici donne della borghesia e ci racconta quelle atmosfere ovattate tramite le celebri “macchie” di colore, marchio di fabbrica del suo movimento. Lega, come i tutti “pittori di macchia”, rifiuta gli schemi figurativi accademici, va controcorrente affidandosi alla sensazione visiva, riportata su tela attraverso i colori: il pittore coglie l’effetto cromatico di ciò che sta osservando e lo traduce sul supporto.

Il pergolato ha un ottimo equilibrio ed è la dimostrazione della formazione accademica di Silvestro Lega, che portò il pittore alla conoscenza ottimale della prospettiva e dell’anatomia dei corpi. L’artista nella colorazione passa dai toni scuri ai toni accessi, dal marrone al grigio al rosso, senza mai creare contrasti netti: tutto è ben amalgamato e i contorni delle figure, tanto odiati dai Macchiaioli, non esistono. Il colore si fonde in un continuum.

Le opere di Silvestro Lega sono delle testimonianze preziose dell’Italia in età giovanile, di un’Italia ancora da costruire e di quella borghesia che gettò le basi di quella che governò la società italiana per tutto il XX secolo.

FONTE ARTICOLO (http://www.artspecialday.com/9art/2016/04/30/lezioni-darte-silvestro-lega-la-societa-post-unitaria/)

Siamo negli anni della Francia di Napoleone III e Parigi cambia volto, l’imperatore vuole fare della capitale un museo a cielo aperto, le gradi opere architettoniche fanno spazio alla scultura; c’è la piena volontà di investire nella decorazione di opere celebrative, le quali, anche se in maniera leggera, oltre alla bellezza artistica trasmettono il puro messaggio propagandistico.

Negli anni del secondo impero opera Jean-Baptiste Carpeaux (Valenciennes, 11 maggio 1825 – Courbevoie, 12 ottobre 1875), scultore noto per le opere dal carattere energico e realistico. Si forma inizialmente presso lo studio di François Rude, ma la vera istruzione la riceve frequentando l’Accademia delle Belle Arti, in questi anni di formazione soggiorna a Roma, nella città eterna entra in contatto e fa sua la lezione del Barocco, sarà stata l’energia delle opere di Bernini e Borromini a dare inizio alla novità.

Il panorama scultoreo di quegli anni segue dei precisi canoni, ricordiamo che si viene fuori dalla grande stagione neoclassica, Carpeaux si lascia alle spalle questa esperienza per avviarne un’altra.

L’opera di assoluta grandezza che riassume il su linguaggio stilistico è La Danza, datata 1869 e conservata presso il Musée d’Orsay di Parigi. Si tratta di un altorilievo in pietra e fu realizzato per la decorazione della facciata dell’Operà Garnier. L’opera  esce fuori totalmente dagli schemi classici, Carpeaux oramai naviga verso altri orizzonti; osservando l’opera notiamo subito la figura maschile festosa, rappresentata in movimento e con le braccia in aria, intorno all’uomo, delle giovani donne a cerchio danzano.

La danza, 1869, Musée d’Orsay, Parigi

Non c’è più la delicatezza della passata statuaria neoclassica, quì invece c’è il superamento di ogni limite, la gestualità non è più contenuta ma aperta, quì l’istinto ha trionfato sulla ragione, il maestro nei movimenti riesce a riassumere il sentimenti di libertà e di allegria che avvolgono l’uomo mentre è preso dalla danza sfrenata. Ma questo senso di libertà, bella e spigliata, non piacque al gusto dell’epoca e suscitò scalpore; ma oramai la medaglia era stata rovesciata, il realismo aveva preso piede.

Oggi attraverso l’arte cercheremo di osservare da vicino la festa della Pentecoste, non ci inoltreremo nell’aspetto religioso, ma lasceremo parlare l’arte. La fonte principale, la base su cui poggia la produzione artistica è il racconto narrato negli Atti degli Apostoli, che fa:

<<…Mentre stava compiendosi il giorno della Pentecoste, si trovavano tutti insieme nello stesso luogo. Venne all’improvviso dal cielo un fragore, quasi un vento che si abbatte impetuoso, e riempì tutta la casa dove stavano. Apparvero loro lingue come di fuoco, che si dividevano, e si posarono su ciascuno di loro, e tutti furono colmati di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue, nel modo in cui lo Spirito dava loro il potere di esprimersi…>>; alla sola lettura la nostra mente riesce a ricostruire l’episodio, ma un’opera d’arte riesce a rendere ancor più chiara l’idea.

Tiriamo subito in ballo i Fratelli Limbourg, abili miniatori olandesi vissuti fra la fine del XIV e la prima metà del XV secolo. Nel loro celebre capolavoro, ovvero il codice miniato meglio conosciuto come Très Riches Heures du Duc de Berry, risalente al primo decennio del ‘400, troviamo raffigurato l’episodio sacro della Pentecoste.

Pentecoste, miniatura presente nel Les Très Riches Heures du duc de Berry

Pentecoste, miniatura presente nel Les Très Riches Heures du duc de Berry.

La miniatura ci apre subito sul momento chiave, ovvero la discesa dello Spirito Santo, il quale è posizionato in alto sotto forma di colomba, dalla quale escono fuori i raggi di luce, che raggiungono la parte sottostante. In basso, posizionati in cerchio, gli apostoli inginocchiati e sistemati lungo i due bracci , con la Vergine Maria al centro, la quale unisce le due parti; altre persone, poste in secondo piano, assistono all’episodio. Tutti hanno le mani giunte e guardano verso l’alto, con la sola eccezione dell’uomo in primo piano a sinistra, che ha la mano destra posata sul ginocchio e con la sinistra si copre la vista. Possiamo notare un pò di realismo attraverso la sacra luce riflessa sulle vesti dei presenti.

Il tutto si svolge all’interno di una struttura di gusto gotico, le colonne che reggono la struttura hanno all’interno delle nicchie in cui sono poste delle statue, ricordano i portali delle cattedrali gotiche, ed inoltre risalta agli occhi il fregio, che corre in alto da sinistra a destra decorato con motivi floreali e circolari, al centro della struttura troviamo la conciglia, simbolo di rinascita. I colori mettono in evidenza le vesti pregiate indossate dai personaggi e donano il senso di regalità alla scena.

Tutto sembra ricavato in uno spazio piccolo, osservando la pavimentazione ci accorgiamo subito che è in atto un attenta ricerca spaziale, la quale risulta affidata ancora all’intuito e non a precise regole matematiche; il racconto è racchiuso in una cornice dorata che riprende i motivi decorativi presenti nella stanza in cui si apre il racconto. Il senso della ricchezza, questo particolare mette in rilievo l’alta committenza, in questo caso si parla dal Duca di Berry Giovanni di Valois; questo si aggiunge all’abile maestria dei miniatori, autori di un’opera carica di bellezza e simbologia.

La cultura grafica tedesca, nei primi anni del ‘900, era tanto radicata e consolidata da estendere i suoi confini al panorama figurativo, specialmente quello pittorico, poggiato su una base solida, costituita dalle ricche esperienze del secolo passato: pensiamo alla stagione della pittura romantica con Caspar David Friedrich, oppure a quella realista o ancora al singolare caso dei Pittori Nazareni.

Questa storia ha origine nella Germania Imperiale di Guglielmo II ed è la storia di individui aperti al confronto artistico, alla maturazione, alla conoscenza, nel giugno del 1905 a Dresda nasce l’avanguardia tedesca, che tutti conosciamo come Die Brücke.

Karl Schmidt-Rottluff – Ragazza allo specchio (1915)

Karl Schmidt-Rottluff – Ragazza allo specchio (1915)

A costituire questo gruppo sono dei giovani volenterosi: Ernst Ludwing Kirchner (1880 – 1938), Erich Heckel (1883 –1970), Karl Schmidt-Rottluff (1884 – 1976) e Fritz Bleyl (1880-1966), mentre successivamente si accostarono Emile Nolde (1867 – 1956) e Max Pechstein (1881 –1955). Tutti loro avevano un chiaro obiettivo: aprire l’orizzonte artistico tedesco. Sin dal principio questi giovani pittori lanciano il loro messaggio attraverso l’emblematico nome del gruppo Die Brücke, che tradotto vuol dire il ponte: proprio nella stessa maniera della struttura architettonica, il gruppo diventa il collegamento fra il passato pittorico e quello futuro.

Emil Nolde, Crocifissione, 1911-1912, Seebull, Germania, Nolde Stiftung (1)
Emil Nolde, Crocifissione, 1911-1912

La base di partenza è l’eredità romantica che pose in una posizione di rilievo la sfera sentimentale ed interiore. Il linguaggio figurativo dunque riflette questo pensiero guida e i pittori rifiutarono i canoni accademici, preferndo il linguaggio dei maestri post-impressionisti come Gauguin, Ensor, Van Gogh: ai nostri occhi si apre l’esperienza della pittura espressionista.

Riuscire ad interpretare e a dare voce alla parte nascosta di ogni individuo è il compito che spetta dunque al pittore, che dovrà cogliere attentamente ogni singolo particolare elanciare messaggi chiari attraverso il solo strumento della pennellata.

Nelle tele espressioniste le figure sono esili e sintetiche, marcate da una spessa linea di contorno, e i colori variano: da una tonalità scura si passa in poco tempo alla tonalità accesa e questo contrasto è la voce dei sentimenti che il pittore sente e porta su tela. Gli artisti guardano alla società che li circonda, colgono la parte nascosta della vita di tutti i giorni e i pittori della Die Brücke saranno i primi a cogliere la falsità regnante nella società tedesca, riportando con abile maestria i frutti prodotti da questa illusione di benessere, impostata su dei falsi miti.

Fonte Articolo (www.artspecialday.com/9art/2016/05/14/lezioni-darte-la-die-brucke-filtro-dellinteriorita/)

Johann Heinrich Füssli, L’incubo (1790-91) Goethe-Museum, Francoforte sul Meno

Johann Heinrich Füssli, L’incubo (1790-91)
Goethe-Museum, Francoforte sul Meno

L’essere umano in sé nasconde due sfere: da una parte quella luminosa che ben conosciamo e che piace raccontare, la quale si manifesta nei rapporti interpersonali, e dall’altra c’è la sfera più oscura, quella nascosta e che non sempre si manifesta agli occhi nostri e altrui, la quale sfuggendo al nostro intelletto, riesce a nascondersi bene, ma non per questo è esente dal manifestarsi.

Di solito, l’animo oscuro dell’uomo, facendo fede all’immaginario creativo collettivo, si palesa nelle ore buie della giornata, ovvero quando le forze oscure trovano nella notte l’habitat ideale per esprimersi, e dunque attraverso la dimensione onirica comunicano con noi. Stando a ciò nei sogni non sempre tutto quadra, c’è sempre un incubo pronto ad aspettarci.

Non c’è nulla da temere, ma vorrei guidare la vostra attenzione su Johann Heinrich Füssli (Zurigo, 7 febbraio 1741 – Putney Hill, 16 aprile 1825), pittore svizzero, attivo fra la Regione Elvetica e l’Inghilterra, considerato uno dei maggiori esponenti della pittura del XVIII secolo. Egli fu tra dei precursori della pittura romantica ed in particolar modo fu esponente di rilievo del filone visionario, ovvero quella parentesi dell’arte romantica che pose l’interesse sulla componente più oscura dell’uomo, ovvero il sogno.
Füssli concentra il suo sguardo sulla condizione che l’uomo da sempre vive e rinnova ogni giorno, interrogandosi e attraverso il disegno cerca di dare risposta alle sue domande: diverse opere racconteranno questa sua ricerca.

Un dipinto di grande rilievo che riesce a narrare la sua ossessione artistica è L’incubo, realizzato intorno al 1790-91, conservato presso il Goethe-Museum di Francoforte sul Meno.
Un’atmosfera tetra, quasi spettrale, avvolge l’opera: attraverso di essa il pittore riesce a concretizzare la sensazione di inquietudine che si vive stando svegli a contatto con il silenzio della notte. Quasi a mo’ di prova, Füssli illustra ciò che veramente può accadere mentre noi sogniamo. In primo piano vediamo una giovane donna dormiente, non totalmente distesa sul letto, con il capo e le braccia penzolanti nel vuoto: questo particolare sottolinea lo stato di abbandono che la giovane fanciulla vive, forse attraverso questi movimenti, partecipa al sogno che sta vivendo. Su di essa siede una figura lugubre che si staglia nel buio, un piccolo mostro simile ad un gargoyle, tutto rannicchiato su se stesso, il quale accenna un sorriso e si gode i movimenti della giovane donna, forse provocati da lui stesso e dal peso che gli arreca standole sul ventre.
In secondo piano, da dietro alla tenda, sbuca la testa di un cavallo, anch’esso orribile alla vista umana in quanto spettrale nelle forme: esso è colui che conduce il sogno.
Nell’opera predominano il bianco, il grigio, il marrone, accostati a tocchi di nero che attraverso il gioco di luci ed ombre modellano i corpi, inoltre le figure escono da buio e restano nella penombra, ciò alimenta la tensione: la scelta di queste tonalità calza a pennello con la tematica trattata.

Füssli è considerato un precursore perché anticipò questo tema tanto amato dalla psicanalisi, in quanto non si limita alla sola visione del sogno, ma va oltre, dunque si spinge nell’indagine di ciò che accade durante la fase onirica, focalizzando lo sguardo sulla parte più oscura, ma affascinante della mente umana.

FONTE ARTICOLO (http://www.artspecialday.com/9art/2016/04/16/lezioni-darte-gli-incubi-raccontati-fussli/)