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L’arte si rinnova con Alberto Burri

Gli anni che seguono la fine del secondo conflitto mondiale, sono caratterizzati da un sentimento di tensione, sorge una divisione nel mondo, un congelamento delle relazioni diplomatiche condurrà le nazioni, di primo e secondo piano, a dare inizio alla lunga e sottile guerra fredda. La società averte e inizia a muoversi in funzione di questi fenomeni, anche l’arte traduce queste criticità attraverso il gesto grafico. Questa è la realtà in cui si muove l’arte informale, le opere sono composizioni indefinite, scompare definitivamente la forma definita, a cui, visto il repertorio degli anni passati, eravamo abituati, ora a parlare ed a guidare la composizione è il sentimento dell’artista, l’interiorità ha una voce: il gesto.

L’Italia, nell’immediato dopoguerra è in ricostruzione, il conflitto l’ha  segnata economicamente, socialmente ed anche culturalmente, una nuova classe dirigente e culturale deve riprendere da quel pezzo di buono del passato, per poter costruire un credibile futuro. La corrente artistica informale prende piede in diversi modi, fra i tanti c’è anche Alberto Burri, artista italiano, apprezzati nel panorama internazionale.

Le opere di Alberto Burri, osservandole con disinteresse, mettono in mostra elementi della realtà quotidiana, come i sacchi, la plastica, il ferro, il legno, la realtà anche questa volta entra nell’immaginario artistico. Alberto Burri, (1915 – 1995) studia medicina e in età giovanile partecipa alla II Guerra Mondiale, viene fatto prigioniero e in questi anni scopre la sua vena artistica; nei suoi primi lavori è forte la componente astratta. Sul finire degli anni ’40 inizia il nuovo percorso artistico, il cui linguaggio si lega, anche se in maniera embrionale, all’esperienza informale. Nell’opera SZ1, datata 1949,

SZ1, 1949, Palazzo Albizzini, Città di Castello.
SZ1, 1949, Palazzo Albizzini, Città di Castello.

su un fondale di colore bianco, Burri intreccia delle linee di colore nero creando delle sagome, irregolari di forma circolare, all’interno dello spazio introduce dei pezzetti di sacco, cuce questo pezzo della realtà quotidiana, senza preoccuparsi della stampa presente sull’oggetto impiegato; l’opera ricorda un po’ la filosofia stilistica del collage dadaista e anticipa, leggermente, il new dada americano, per la prima volta utilizza nelle sue opere dei materiali extrapittorici.Nel 1950 la sua prima comparsa internazionale, prende parte alla Biennale di Venezia con l’opera Il Grande Sacco, da qui la fama oltre oceano; nel ’53 è negli Usa a New York e Chicago, metropoli, in cui presenta delle mostre.

Legno, 1959

Alberto Burri, ora, è un pilastro dell’arte infomale non più solamente italiano, ma mondiale, la sua produzione artistica continuerà verso la realizzazione di opere, mediante l’impiego di materiali differenti dai sacchi, come il legno, il ferro, la plastica, il catrame,  le muffe; questi elementi, oltre ad essere applicati sul supporto venivano colpiti dallo scottante fuoco della fiamma, la quale anneriva e lacerava la base.

Rosso plastica, 1964, Città di Castello, palazzo Albizzini, Fondazione Burri.
Rosso plastica, 1964, Città di Castello, palazzo Albizzini, Fondazione Burri.

Negli anni ’60 Alberto Burri, si lascia alle spalle i sacchi e si mette a lavorare sulla plastica, questo materiale, una volta lavorato, origina atmosfere irreali, la fiamma squarcia la materia, la quale, regredisce lentamente, disintegrando l’omogeneità iniziale. L’opera nell’osservatore crea ansia e turbamento, proprio il tono acceso della plastica, divenuto ruvido per il contatto con il fuoco, sprigiona brividi, quella cavità generata dal contatto, ci permette di andare oltre il supporto, dunque riecco il concetto spaziale. In Rosso plastica del 1964 ripercorriamo questo concetto.

Oltre all’utilizzo di materiali, figli dell’era industriale avanzata, in Alberto Burri è vivo lo spirito di ricerca, egli come un medico, è in continua sperimentazione, l’arte è il suo paziente; egli non si limita al voler rappresentare, ma si inoltra nella ricerca, sovraintende su tutte le composizioni il malessere che lo circonda, che egli vive, che assimila e racconta.

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