La cappella Sansevero

di Domenico Ble

L’arte non è solo bellezza, in essa vive anche la componente del mistero, opere stesse di grandi artisti sono ancora oggi degli interrogativi irrisolti, basti pensare alla celebre ed enigmatica Gioconda di Leonardo da Vinci.
L’Italia prima del 1861, anno in cui fu unificata, era divisa in tanti piccoli stati, diversi nella legislazione e spesso anche in guerra fra loro. A sud dominava il vasto Regno di Napoli, un entità geopolitica con capitale a Napoli, bagnata da tre mari e con innumerevoli popolazioni al suo interno, realtà politica ricca e potente, patria delle arti e del sapere.
Diverse famiglie nobiliari, presenti in Napoli o nei vari feudi, hanno lasciato il proprio segno attraverso l’arte, quasi a simboleggiarne la grandezza.

La Cappella Sansevero è uno dei maggiori esempi di mecenatismo sfrenato, oggi, è uno dei maggiori tesori della Napoli barocca. Intitolata a Santa Maria della Pietà, conosciuta dai napoletani come Pietatella, un tempo era la cappella gentilizia della famiglia Di Sangro, meglio noti come i Principi di Sansevero.
L’edificio viene edificato sul finire del ‘500 e nel corso dei secoli ha subito diversi arricchimenti strutturali e artistici, il rimaneggiamento più importante risale alla seconda metà del ‘700; oggi dunque possiamo ammirare il perfetto barocco napoletano, l’esplosione di arte presente all’interno conduce l’osservatore in altra dimensione.

La fortuna dell’edificio è legata ai Principi di Sansevero, soprattutto a Raimondo Di Sangro (1710 – 1771). La sua figura è eccentrica ed affascinante, un alone di mistero l’avvolge, è ricordato dalle cronache del tempo come un uomo raffinato, dedito alle arti e al gusto, ma contemporaneamente misterioso. Il suo nome, più di tutti gli altri possessori, si lega all’edificio.
Raimondo Di Sangro nel 1744 decise di dare avvio ai lavori di ampliamento della cappella, fu un’opera grandiosa e pesò con una grande spesa economica, artisti napoletani celebri varcarono la soglia dell’edificio e diedero vita ad un incantevole scenario; fra i tanti anche il celebre scultore Giuseppe Sanmartino, vi lavorano altri abili scultori come Antonio Corradini, lo scultore delle donne velate, Francesco Celebrano e Francesco Queirolo.

Venticinque opere scultoree animano questo spettacolo barocco esaltando il casato dei Di Sangro, su in alto nei medaglioni, i santi protettori del casato, acor più su l’affresco di Francesco Maria Russo, raffigurante la Gloria del Paradiso (1749), in netta assonanza con il gusto pittorico barocco, ricorda il virtuosismo di Andrea Pozzo, presente nella Gloria di Sant’Ignazio della Chiesa di Sant’Ignazio Loyola a Roma.

All’interno è conservata la più celebre delle opere del Sanmartino, parliamo del Cristo Velato (1753), il Sanmartino è il maggiore scultore del ‘700 napoletano. Gesù è deposto disteso su di un letto, col capo all’insù, quasi a sottolineare l’assenza di vita, è interamente coperto da un sottile velo leggero. La scultura è un unicum nel suo genere è questo dimostra la maestria del Sanmartino, il quale attraverso l’attenta cura dei dettagli riesce a rendere lo stato di abbandono; le pieghe del velo, quasi alla massima estensione, compongono la forma, definendo il corpo.
Cristo ha sofferto molto in croce e Giuseppe Sanmartino lo ricorda agli osservatori e lo fa attraverso la resa accurata dei particolari, nelle mani, nel costato e ai piedi. Sul finale del letto, Sanmartino posa i simboli della passione, la corona e i chiodi. La scultura generò in Antonio Canova il sentimento dell’invidia, disposto anche a regalare dieci anni della propria vita pur di smascherare il successo di tale capolavoro.

Raimondo di Sangro intende fare dell’edificio un sacrario celebrativo, non è lui a raccontarcelo, ma sono le opere li presenti, le quali, attraverso la loro bellezza, ci raccontano la grandezza dell’uomo.