Le fil rouge: Penitenza

di Marika Piccinni

La Maddalena

Il filo rosso che lega le due opere che esamino in questo articolo è la Penitenza, di cui vi parlo partendo da una scultura davvero unica nel suo genere.
Si tratta della Maddalena Penitente , una scultura di Donatello in legno parzialmente dorato di 188 cm di altezza, ora conservata al Museo dell’Opera del Duomo e datata tra il 1453 e il 1455.
Inizialmente ideata per essere collocata nel Battistero Fiorentino, si narra che fece molto scalpore per il suo brutale realismo.
Questa Maddalena non è infatti la bella donna che siamo abituati a vedere nelle opere rinascimentali. Donatello la rappresenta anziana, magrissima e affaticata a causa degli stenti imposti dal suo pellegrinaggio nelle foreste del sud della Francia, con i capelli così lunghi da ricoprirle l’intero corpo, di cui solo gambe, braccia e testa sono visibili.

Donatello Maddalena, 1453/1455, legno, Museo dell'Opera del Duomo, Firenze
Donatello Maddalena, 1453/1455, legno, Museo dell’Opera del Duomo, Firenze

Il suo volto è scavato, i suoi occhi sono infossati nelle orbite e la sua magrezza rivela i muscoli a fior di pelle.
Particolari che meritano attenzione sono le sue mani, in atto di giungersi ma che non si toccano, la sua bocca, dischiusa a mostrarci la chiostra dei denti, e i suoi occhi, fissi e attoniti in un’angosciante immobilità.
Donatello cattura così l’istante in cui la donna comincia un’umile supplica verso il Signore, riuscendo a restituirci la duplice faccia della sua Penitenza: la Maddalena è ormai uno spirito puro, ha pagato le sue colpe, ma il rifiuto del mondo e della carne l’ha sfiancata così tanto da desiderare la morte.
In essa si riflette l’animo dello stesso scultore che, giunto all’anzianità e malato, si concentra ora sul tema dell’aldilà e sull’espressione di quella serie di sentimenti legati all’idea della morte, argomenti che probabilmente non avrebbe saputo esprimere così bene in gioventù.
Difatti la gioventù dello scultore è stata segnata da una ricerca di idealizzazione classicista che con questa scultura, priva di qualsiasi idealizzazione, viene drasticamente superata.

L’uomo senza sonno (The Machinist)

Se quella della Maddalena è una penitenza religiosa, quella del protagonista del film “L’uomo senza sonno” (“The Machinist” in lingua originale) è una penitenza totalmente laica dettata solo dall’etica.
Il film di Brad Anderson narra la storia di Trevor Reznick (Christian Bale) , operaio di fabbrica che a causa di un imprecisato shock non riesce a dormire da più di un anno.
Subito si pone il confronto con la Maddalena di Donatello. Anche Reznick è magrissimo, tanto da disgustare sé stesso davanti allo specchio, stremato dalla mancanza di sonno e di energie, deficit che porta la sua mente a giocargli brutti scherzi: vede ovunque un uomo che nessuno sembra conoscere a parte lui, di nome Ivan, che sembra perseguitarlo.

Christian Bale in una scena del film)
Christian Bale in una scena del film

A causa sua Trevor si distrae sul lavoro , facendo inceppare un macchinario e facendo perdere un braccio ad un collega, fatto che lo porterà ad essere allontanato da tutti e in seguito licenziato.
A rendere tutto ancora più surreale sono i post it che l’uomo trova sulle pareti di casa sua. Uno è una domanda, “Chi sei?”, l’altro è invece una parola da indovinare nel gioco dell’impiccato, parola di cui sono note solo le due lettere finali, “ER”.

Chi ha messo questi biglietti in casa sua? Reznick cerca di capirlo, sospettando prima di Ivan, poi della sua padrona di casa e infine della prostituta che frequenta abitualmente.
In realtà tutti gli eventi del film sono dei messaggi che l’uomo invia a sé stesso.
Ivan non esiste, non è altro che la personificazione della sua coscienza che lo spinge a fare ammenda e consegnarsi alle forze dell’ordine per il crimine commesso, ovvero l’aver investito e ucciso un bambino con la sua auto, che dall’inizio del film l’uomo crede che appartenga a Ivan.
E’ inutile cercare di sopprimere, lavarsi incessantemente le mani in un gesto che sembra quasi un disturbo ossessivo compulsivo…la sua mente lo obbliga a tornare su suoi passi, sempre, persino la giostra “Route 666” gli ricorda tutti i suoi peccati.

Alla fine del film Reznick riesce a rispondere alle domande dei post-it, in un dialogo sintetico e toccante con sé stesso allo specchio: “Chi sei tu? Io lo so…sì, io lo so chi sei tu”.
La risposta è “Killer”, come segnerà il protagonista sul biglietto del gioco dell’impiccato.
Ciò che vediamo in questo film è dunque l’inizio di una penitenza (e non la fine, come nel caso della Maddalena) : questa porterà finalmente pace all’uomo, come è possibile vedere nella significativa scena finale, quando Trevor afferma, stendendosi nella sua cella, di voler “solo dormire”.