di Domenico Ble

L’arte ha dato voce ad una miriade di cose, attraverso di essa parla l’interiorità, la cultura popolare, ogni singola sfaccettatura dell’uomo. Certamente l’arte ha reso grandi gli uomini, avere un buon artista a corte o per le mani era segno di grandezza, dava prestigio alla cerchia;
basta pensare alla corti di Lorenzo il Magnifico, di Federico Gonzaga, alle corti di ogni singolo Pontefice.

Carlo V a cavallo

Carlo V a cavallo

Il connubio fra arte e impero, un legame saldo duraturo originatosi fra i fasti delle prime civiltà e che ancora oggi (anche se i soggetti sono cambiati) persiste. Giosia re di Giuda restaurò il Tempio di Gerusalemme, Pericle, Marco Aurelio, Costantino, fecero conoscere al mondo la maestosità della loro potere, mascherandolo come di origine divina. I pontefici resero grande Roma, le famiglie signorili impostarono una cultura che risvegliasse gli animi, ma che al contempo parlasse di loro. Napoleone vi prese gusto, tanto da farsi ritrarre come una divinità olimpica.

Papa Leone X

Papa Leone X

Il grande merito va agli innumerevoli artisti che attraverso la loro creatività hanno reso unici e irripetibili tutti i loro soggetti, molte volte lasciando trapelare i fattori nascosti dei committenti, come per esempio i difetti, però tutto sempre attraverso allusioni.

Napoleone Bonaparte

Napoleone Bonaparte

di Domenico Ble

“…Pregando il beato Francesco sul fianco del monte della Verna, vide Cristo in aspetto di Serafino crocefisso; il quale gl’impresse nelle mani e nei piedi e anche nel fianco destro le stimmate della Croce dello stesso Signore Nostro Gesù Cristo..”

San Bonaventura nella Legenda Maior con queste parole racconta l’episodio della recezione delle stimmate; da Giotto a Guercino e tanti altri artisti hanno immortalato pittoricamente quest’episodio della vita del poverello di Assisi, cercando riportare fedelmente ogni particolare senza tralasciare l’importanza di ognuno di essi.
Oggi analizziamo l’opera del pittore fiammingo Jan van Eyck, anche lui realizza fra il 1428 e 29 un’opera con questo soggetto.

In ambiente aspro e roccioso, differente solo a centro nello sfondo dove si intravede una città con alle spalle delle montagne, il maestro inserisce l’episodio mistico del santo. Van Eyck rispetta fedelmente l’ambiente naturale roccioso ed arduo del monte della Verna, luogo prediletto da Francesco per la riflessione.
In primo piano sulla sinistra è raffigurato San Francesco, in ginocchio con le mani aperte in segno di ringraziamento verso il Cristo Serafico, posto in secondo piano in alto sulla destra. Accanto al poverello sulla destra Frate Leone dormiente.

Van Eyck da buon fiammingo si sofferma molto nella rappresentazione dei particolari, San Francesco è reso molto naturale non è per niente simile alle altre raffigurazioni in cui troviamo il marcato senso della santità, sottolineata dagli abbondanti fasci di luce e dall’aureola, anzi Van Eyck preferisce soffermarsi molto nella descrizione accurata delle ferite, veri simboli del divino.
E’ novità non ritrovare il Santo disteso in estasi ma forte e pieno della grazie divina.

La luce si scaglia sulla tinta marrone creando un’armonia ed un equilibrio che tiene uniti i personaggi con il paesaggio circostante. Il dipinto è un olio su pergamena su tavola, viene fatta risalire al periodo in cui soggiornò in Spagna, oggi è conservato presso il Philadelphia Museum of Art di Filadelfia.

di Domenico Ble

…Il seminatore uscì a seminare. Mentre seminava, una parte del seme cadde lungo la strada; gli uccelli vennero e la mangiarono. Un’altra cadde in luoghi rocciosi dove non aveva molta terra; e subito spuntò, perché non aveva terreno profondo; ma, levatosi il sole, fu bruciata; e, non avendo radice, inaridì. Un’altra cadde tra le spine; e le spine crebbero e la soffocarono. Un’altra cadde nella buona terra e portò frutto, dando il cento, il sessanta, il trenta per uno..

Quante volte nell’arte troviamo rappresentati episodi provenienti dai testi sacri, l’arte in un certo senso è “libro aperto” per tutti coloro che a causa del basso livello di istruzione non riuscivano ad interpretare le sacre scritture in latino, teniamo conto che i testi, in un secondo momento, vennero tradotti nelle lingue nazionali, ma l’impatto con l’immagine resta sempre vivo. Il passo riportato sopra è la Parabola del seminatore, celebre per il suo significato riguardante il messaggio cristologico;

Paesaggio con la parabola del seminatore

Il pittore fiammingo Pieter Bruegel il Vecchio interpreta graficamente questo passo evangelico, all’impatto l’occhio dell’osservatore rimane subito affascinato dal paesaggio montano e marittimo posto in profondità, lo scorcio è significativo anche grazie prospettiva aerea che Bruegel utilizza. In questo ambiente è inserita la parabola, in basso sullo sfondo troviamo un gruppo di gente e delle barchette in acqua, è la folla che ascolta intorno al messia il racconto della parabola, in primo piano invece la narrazione diviene realtà, il seminatore semina e anche quì Bruegel riesce ad interpetare la parabola, poco più indietro raffigura gli uccelli che mangiano il seme, sulla sinistra ci sono le spine le quali soffocano la crescita del seme, sulla destra ci sono le spighe di grano, il seme divenuto frutto.

Il racconto è inserito nel panorama fiammingo e lo si può dedurre dagli abiti indossati dal seminatore e dalle case, poste in secondo piano, tipiche della campagna fiamminga. Bruegel per rendere i piani in profondità utilizza tre tinte diverse: il colore bruno in primo piano, il verde in secondo ed l’azzurro per lo sfondo. Il paesaggio è tipico fiammingo reso anche nei minimi particolari con grande minuziosità.
Dal dipinto traspare oltre il senso di quiete anche quello della solitudine, presente nel seminatore, simbolo di tutti coloro che guidati dallo spirito professano la fede nel silenzio.

L’opera un olio su tela risale al 1557 e fu scoperto nel 1931 da Max Friedländer nella collezione F. Stuyck de Bruyère di Anversa, oggi è conservato Timken Art Gallery, San Diego.

Apriamo questa nuova rubrica intitolata Conosci l’Avanguardia, questa rubrica sarà incentrata sull’illustrazione delle opere, la conoscenza dei protagonisti delle Avanguardie del ‘900. Iniziamo con il Futurismo, avanguardia italiana nata nel 1909 in seguito alla pubblicazione su Le Figaro del Manifesto Futurista redatto da Filippo Tommaso Marinetti, da qui la propagazione in tutti i campi culturali.

Nel febbraio 1910 a Milano è la volta del Manifesto dei pittori futuristi, nell’aprile dello stesso anno anche il Manifesto tecnico dei pittori futuristi firmato da Umberto Boccioni, Carlo Carrà, Giacomo Balla, Gino Severini e Luigi Russolo.

Russolo, Carrà, Marinetti, Boccioni e Severini

Fra le righe del manifesto è espressa la volontà di rinnovare la pittura ancora legata all’impolverata accademia.
Proponiamo il testo integrale del Manifesto tecnico dei pittori futuristi:

<< Agli artisti giovani d’Italia!

Il grido di ribellione che noi lanciamo, associando i nostri ideali a quelli dei poeti futuristi, non parte già da una chiesuola estetica, ma esprime il violento desiderio che ribolle oggi nelle vene di ogni artista creatore. Noi vogliamo combattere accanitamente la religione fanatica, incosciente e snobistica del passato, alimentata dall’esistenza nefasta dei musei.Ci ribelliamo alla supina ammirazione delle vecchie tele, delle vecchie statue, degli oggetti vecchi e all’entusiasmo per tutto ciò che è tarlato, sudicio, corroso dal tempo, e giudichiamo ingiusto, delittuoso, l’abituale disdegno per tutto ciò che è giovane, nuovo e palpitante di vita.Compagni! Noi vi dichiariamo che il trionfante progresso delle scienze ha determinato nell’umanità mutamenti tanto profondi, da scavare un abisso fra i docili schiavi del passato e noi liberi, noi sicuri della radiosa magnificenza del futuro.Noi siamo nauseati dalla pigrizia vile che dal Cinquecento in poi fa vivere i nostri artisti d’un incessante sfruttamento delle glorie antiche. Per gli altri popoli, l’Italia è ancora una terra di morti, un’immensa Pompei biancheggiante di sepolcri. L’Italia invece rinasce, e al suo risorgimento politico segue il risorgimento intellettuale.Nel paese degli analfabeti vanno moltiplicandosi le scuole: nel paese del dolce far niente ruggono ormai officine innumerevoli: nel paese dell’estetica tradizionale spiccano oggi il volo ispirazioni sfolgoranti di novità. È vitale soltanto quell’arte che trova i propri elementi nell’ambiente che la circonda.Come i nostri antenati trassero materia d’arte dall’atmosfera religiosa che incombeva sulle anime loro, così noi dobbiamo ispirarci ai tangibili miracoli della vita contemporanea, alla ferrea rete di velocità che avvolge la Terra, ai transatlantici, alle Dreadnought, ai voli meravigliosi che solcano i cieli, alle audacie tenebrose dei navigatori subacquei, alla lotta spasmodica per la conquista dell’ignoto. E possiamo noi rimanere insensibili alla frenetica attività delle grandi capitali, alla psicologia nuovissima del nottarnbulismo, alle figure febbrili del viveur, della cocotte, dell’apache, e dell’alcolizzato?Volendo noi pure contribuire al necessario rinnovamento di tutte le espressioni d’arte, dichiariamo guerra, risolutamente, a tutti quegli artisti e a tutte quelle istituzioni che, pur camuffandosi d’una veste di falsa modernità, rimangono invischiati nella tradizione, nell’accademismo, e soprattutto in una ripugnante pigrizia cerebrale. Noi denunciamo al disprezzo dei giovani tutta quella canaglia incosciente che a Roma applaude a una stomachevole rifioritura di classicismo rammollito; che a Firenze esalta dei nevrotici cultori d’un arcaismo ermafrodito; che a Milano rimunera una pedestre e cieca manualità quarantottesca; che a Torino incensa una pittura da funzionari governativi in pensione, e a Venezia glorifica un farraginoso patinume da alchimisti fossilizzati!Insorgiamo, insomma, contro la superficialità, la banalità e la facilità bottegaia e cialtrona che rendono profondamente spregevole la maggior parte degli artisti rispettati di ogni regione d’Italia. Via, dunque, restauratori prezzolati di vecchie croste! Via, archeologhi affetti da necrofilia cronica! Via, critici, compiacenti lenoni! Via, accademie gottose, professori ubbriaconi e ignoranti! Via! Domandate a questi sacerdoti del vero culto, a questi depositari delle leggi estetiche, dove siano oggi le opere di Giovanni Segantini; domandate loro perché le Commissioni ufficiali non si accorgano dell’esistenza di Gaetano Previati; domandate loro dove sia apprezzata la scultura di Medardo Rosso!…E chi si cura di pensare agli artisti che non hanno vent’anni di lotte e di sofferenze, ma che pur vanno preparando opere destinate ad onorare la patria? Hanno ben altri interessi da difendere, i critici pagati! Le esposizioni i concorsi, la critica superficiale e non mai disinteressata condannano l’arte italiana all’ignominia di una vera prostituzione! E che diremo degli specialisti? Suvvia! Finiamola, coi Ritrattisti, cogl’Internisti, coi Laghettisti, coi Montagnisti!…Li abbiamo sopportati abbastanza, tutti codesti impotenti pittori da villeggiatura! Finiamola con gli sfregiatori di marmi che ingombrano le piazze e profanano i cimiteri! Finiamola con l’architettura affaristica degli appaltatori di cementi armati! Finiamola coi decoratori da strapazzo, coi falsificatori di ceramiche, coi cartellonisti venduti e cogli illustratori sciatti e balordi!Ed ecco le nostre conclusioni recise: Con questa entusiastica adesione al futurismo, noi vogliamo:

1) Distruggere il culto del passato, l’ossessione dell’antico, il pedantismo e il formalismo accademico.

2) Disprezzare profondamente ogni forma d’imitazione.

3) Esaltare ogni forma di originalità, anche se temeraria, anche se violentissima.

4) Trarre coraggio ed orgoglio dalla facile faccia di pazzia con cui si sferzano e s’imbavagliano gl’innovatori.

5) Considerare i critici d’arte come inutili e dannosi.

6) Ribellarci contro la tirannia delle parole: armonia e di buon gusto, espressioni troppo elastiche, con le quali si potranno facilmente demolire l’opera di Rembrandt, quella di Goya e quella di Rodin.

7) Spazzar via dal campo ideale dell’arte tutti i motivi, tutti i soggetti già sfruttati.

8) Rendere e magnificare la vita odierna, incessantemente e tumultuosamente trasformata dalla scienza vittoriosa. Siano sepolti i morti nelle più profonde viscere della terra! Sia sgombra di mummie la soglia del futuro! Largo ai giovani, ai violenti, ai temerari!

Umberto Boccioni , Carlo Dalmazzo Carrà , Luigi Russolo, Giacomo Balla , Gino Severini >>

Per saperne di più consigliamo la visione di questo stupendo documentario realizzato da Rai Storia Arte del ‘900- Il Futurismo

di Domenico Ble

Nella caotica Parigi di fine ‘800 i volti dell’arte sono tanti un’esplosione di arte colpisce i viottoli di della capitale francese, dei veri macigni sono i pittori Impressionisti è chiaro che con loro la pittura viene rivoluzionata la tecnica ed i soggetti, ma ancor prima di giungere alla gloria dei grandi saloni i tanto odiati Impressionisti dove trovano spazio? Sicuramente lo avremo sentito e nominato ogni volta ma certamente non sempre diamo il gisuto peso, dunque il primo spazio espositivo utilizzato dagli Impressionisti fu lo studio fotografo Gaspard-Félix Tournachon meglio conosciuto con lo pseudonimo di Nadar.

Ritratto di Nadar

Fu proprio il fotografo parigino nel 1874 ad ospitare nel suo studio parigino la prima mostra collettiva dei pittori Impressionisti, nonostate il disprezzo e lo scalpore della borghesia nei riguardi della nuova pittura egli scelse di contribuire al successo del sodalizio pittorico, ad esporre furono Monet, Degas, Sisley, Renoir, Cèzanne, Manet, questo evento artistico suonò come risposta al Salon che li aveva rifiutati con disprezzo.

Studio fotografico di Nadar, luogo dove nel 1874 gli Impressionisti tennero la prima mostra collettiva

Ma oltre alla primavera impressionista Nadar passa alla storia come uno dei pionieri della fotografia, i suoi primi scatti risalgono al 1853 ed inoltre fu uno sperimentatore nel’uso del flash al magnesio nella fotografia, per la sua fotografia dai toni vellutati ed espressivi prese l’appellativo di “Tiziano della fotografia”, egli nei riguardi della sua arte si esprimeva dicendo <<…Non esiste la fotografia artistica. Nella fotografia esistono, come in tutte le cose, delle persone che sanno vedere e altre che non sanno nemmeno guardare..>>

Baudelaire

Baudelaire

Nadar visse pienamente le vicissitudini della belle epoque parigina, sicuramente sarà stato un assiduo frequentatore del Caffè Guerbois e un conoscitore di tutti i grandi nomi del panorama artistico/letterale della Parigi di fine ‘800, fra i suoi più celebri clienti spicca il nome di Baudelaire, Bakunin, Delacroix, Dorè, Hugo. Se oggi conosciamo con chiarezza i volti noti della belle epoque parigina è grazie a Nadar ed ai suoi eterni scatti.

Monet

Monet

di Marika Piccinni

La Maddalena

Il filo rosso che lega le due opere che esamino in questo articolo è la Penitenza, di cui vi parlo partendo da una scultura davvero unica nel suo genere.
Si tratta della Maddalena Penitente , una scultura di Donatello in legno parzialmente dorato di 188 cm di altezza, ora conservata al Museo dell’Opera del Duomo e datata tra il 1453 e il 1455.
Inizialmente ideata per essere collocata nel Battistero Fiorentino, si narra che fece molto scalpore per il suo brutale realismo.
Questa Maddalena non è infatti la bella donna che siamo abituati a vedere nelle opere rinascimentali. Donatello la rappresenta anziana, magrissima e affaticata a causa degli stenti imposti dal suo pellegrinaggio nelle foreste del sud della Francia, con i capelli così lunghi da ricoprirle l’intero corpo, di cui solo gambe, braccia e testa sono visibili.

Donatello Maddalena, 1453/1455, legno, Museo dell'Opera del Duomo, Firenze

Donatello Maddalena, 1453/1455, legno, Museo dell’Opera del Duomo, Firenze

Il suo volto è scavato, i suoi occhi sono infossati nelle orbite e la sua magrezza rivela i muscoli a fior di pelle.
Particolari che meritano attenzione sono le sue mani, in atto di giungersi ma che non si toccano, la sua bocca, dischiusa a mostrarci la chiostra dei denti, e i suoi occhi, fissi e attoniti in un’angosciante immobilità.
Donatello cattura così l’istante in cui la donna comincia un’umile supplica verso il Signore, riuscendo a restituirci la duplice faccia della sua Penitenza: la Maddalena è ormai uno spirito puro, ha pagato le sue colpe, ma il rifiuto del mondo e della carne l’ha sfiancata così tanto da desiderare la morte.
In essa si riflette l’animo dello stesso scultore che, giunto all’anzianità e malato, si concentra ora sul tema dell’aldilà e sull’espressione di quella serie di sentimenti legati all’idea della morte, argomenti che probabilmente non avrebbe saputo esprimere così bene in gioventù.
Difatti la gioventù dello scultore è stata segnata da una ricerca di idealizzazione classicista che con questa scultura, priva di qualsiasi idealizzazione, viene drasticamente superata.

L’uomo senza sonno (The Machinist)

Se quella della Maddalena è una penitenza religiosa, quella del protagonista del film “L’uomo senza sonno” (“The Machinist” in lingua originale) è una penitenza totalmente laica dettata solo dall’etica.
Il film di Brad Anderson narra la storia di Trevor Reznick (Christian Bale) , operaio di fabbrica che a causa di un imprecisato shock non riesce a dormire da più di un anno.
Subito si pone il confronto con la Maddalena di Donatello. Anche Reznick è magrissimo, tanto da disgustare sé stesso davanti allo specchio, stremato dalla mancanza di sonno e di energie, deficit che porta la sua mente a giocargli brutti scherzi: vede ovunque un uomo che nessuno sembra conoscere a parte lui, di nome Ivan, che sembra perseguitarlo.

Christian Bale in una scena del film)

Christian Bale in una scena del film

A causa sua Trevor si distrae sul lavoro , facendo inceppare un macchinario e facendo perdere un braccio ad un collega, fatto che lo porterà ad essere allontanato da tutti e in seguito licenziato.
A rendere tutto ancora più surreale sono i post it che l’uomo trova sulle pareti di casa sua. Uno è una domanda, “Chi sei?”, l’altro è invece una parola da indovinare nel gioco dell’impiccato, parola di cui sono note solo le due lettere finali, “ER”.

Chi ha messo questi biglietti in casa sua? Reznick cerca di capirlo, sospettando prima di Ivan, poi della sua padrona di casa e infine della prostituta che frequenta abitualmente.
In realtà tutti gli eventi del film sono dei messaggi che l’uomo invia a sé stesso.
Ivan non esiste, non è altro che la personificazione della sua coscienza che lo spinge a fare ammenda e consegnarsi alle forze dell’ordine per il crimine commesso, ovvero l’aver investito e ucciso un bambino con la sua auto, che dall’inizio del film l’uomo crede che appartenga a Ivan.
E’ inutile cercare di sopprimere, lavarsi incessantemente le mani in un gesto che sembra quasi un disturbo ossessivo compulsivo…la sua mente lo obbliga a tornare su suoi passi, sempre, persino la giostra “Route 666” gli ricorda tutti i suoi peccati.

Alla fine del film Reznick riesce a rispondere alle domande dei post-it, in un dialogo sintetico e toccante con sé stesso allo specchio: “Chi sei tu? Io lo so…sì, io lo so chi sei tu”.
La risposta è “Killer”, come segnerà il protagonista sul biglietto del gioco dell’impiccato.
Ciò che vediamo in questo film è dunque l’inizio di una penitenza (e non la fine, come nel caso della Maddalena) : questa porterà finalmente pace all’uomo, come è possibile vedere nella significativa scena finale, quando Trevor afferma, stendendosi nella sua cella, di voler “solo dormire”.