Noto sodalizio familiare, un vero marchio di alta qualità, vi racconto di Paul, Hermann e Jean, meglio noti come i Fratelli Limbourg.

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Abili Miniaturisti e pittori vissuti nel XV secolo, simboli della pittura fiamminga del XV secolo. I tre crebbero a Nimega, in Gheldria, si formarono presso lo zio paterno Jean Malouel, maestro indiscusso del gotico internazionale, egli impartì a loro le basi artistiche e soprattutto li inserì nel panorama pittorico del tempo. I tre Limbourg lavorarono per conto di Filippo l’Ardito duca di Borgogna, e successivamente alle dipendenze di Giovanni di Valois duca di Berry, raffinato amante dell’arte e grande collezionista, fu lui il grande mecenate dei Limbourg.

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Per il duca i tre fratelli realizzarono il loro celebre capolavoro Très riches heures du Duc de Berry, realizzato dal 1412 al 1416. Si tratta di un libro delle ore contenente le preghiere i salmi del giorno, i Limbourg realizzarono delle preziose miniature raffiguranti i dodici mesi, attraverso delle scene istoriate da uomini e donne vestite in modo cortese che si divagano, oppure attraverso i contadini che lavoro la terra. Il loro stile pittorico è caratterizzato da un disegno morbido e netto nelle forme, i colori sono stesi con morbidezza ed accurata precisione, su questo fa leva la minuziosità del miniaturista. Minuziosamente è resa l’ambientazione, vi è un accenno alla profondità, idealizzata nello spazio, i paesaggi hanno ancora un sapore favolistico. Le opere sono piene di preziosità, resa questa, dalle tinte, dalla cura dei particolari dei soggetti rappresentati; è narrato il mondo cortese, quella vita quotidiana che i tre osservavano e vedevano.

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di Domenico Ble

Guido di Pietro nacque nel 1395 a Vicchio del Mugello, ebbe una formazione da miniatore a Firenze presso la bottega di Lorenzo Monaco, l’arte della miniatura richiedeva calma, serenità d’animo e d’azione, Pietro aveva tutte le caratteristiche per fare bene. Si ipotizza che fra il 1418 e 1421 decise di prendere i voti presso il convento di San Domenico a Fiesole, divenne frate domenicano col nome di Giovanni da Fiesole.

Iniziò così la sua avventura fatta di preghiera e arte. Un suo primo lavoro è il Trittico di San Pietro martire per le suore del convento di San Pietro martire a Firenze, opera che rispecchia un po’ l’eredita del gotico internazionale, ma con la finestra rivolta verso le innovazioni artistiche che iniziarono a circolare in quel tempo.

angelico, trittico di san pietro martire

Realizzò diverse pale d’altare per la chiesa di San Domenico che gli valsero la fama, nel convento di San Domenico a Fiesole dipinse su tavola numerose Annunciazioni, fra cui possiamo menzionare la pregevole Annunciazione del Prado. Nella pala, Beato Angelico prende padronanza della tecnica pittorica, lo stile risente molto dell’eredita del gotico internazionale, ma lascia prevalere le teorie geometrico-spaziali introdotte in pittura da Masaccio e Masolino, le figure sono avvolte da una candida luce che le rende celestiali.

Annunciazione del Prado

Anche altre opere di questo periodo mostrano l’evoluzione dello stile come per esempio: il Giudizio Universale realizzato per il Convento di Santa Maria degli Angeli a Firenze, oggi conservata al Museo Nazionale di San Marco a Firenze, o il Tabernacolo dei Linaioli che realizzò con l’orafo Lorenzo Ghiberti. Su commissione della famiglia Medici lavora per il convento di San Marco a Firenze, fu proprio Cosimo De’ Medici a volerlo nel 1440 come mastro nelle decorazioni conventuali. Realizzo pregevoli opere fra cui la pala di San Marco, la Crocifissione, la Crocifissione coi santi, la Madonna delle Ombre. In quest’ultima possiamo notare al centro la Vergine con il bambino in braccio seduta in trono, avanti posti ai lati otto santi. Certamente è evidente il recupero dell’eredità classica, constatabile con la struttura architettonica, decorata mediante paraste corinzie, posta in sfondo e comprendente il trono su cui siede la vergine, costituita da una nicchia decorata ai lati da lesene corinzie e da un fregio decorato con motivo floreale. Nella composizione si avverte un totale senso di armonia ed equilibrio.

Madonna delle Ombre.

Dal 1445 al 1449 è a Roma da Papa Eugenio IV, che ebbe modo di apprezzare i sui lavori in San Marco, e dopo con Papa Niccolò V per il quale realizzò p gli affreschi della Cappella Nicolina narranti le storie dei martiri Stefano e Lorenzo. Affreschi caratterizzati da una cura maggiore rispetto a quelli di San Marco, impreziositi da una maggiore cura dei dettagli. Da li diverse altre opere, fino alla morte giunta a Roma nel 1455, venne sepolto nella chiesa di Santa Maria sopra Minerva .

Consacrazione di San Lorenzo come diacono

Del Beato Angelico ricordiamo la pennellata candida e leggera, ma soprattutto la luce che accarezza i volti, che li avvolge e li trasporta in una dimensione beata. Sarà un’esempio per Piero della Francesca e molti altri. Seppe conciliare nella sua pittura l’innovazione umanistica fatta di razionalismo degli spazi e proporzioni, con la minuziosità, la preziosità, dell’ormai ricordo gotico internazionale. Per le sue doti di umiltà ed umanità, Papa Giovanni Paolo II nel 1984 lo beatificò.

di Domenico Ble

Noi certamente non sappiamo ne dove, ne come e ne quando avverrà il nostro ultimo giorno, Bruegel il Vecchio fantastica su questo argomento lasciando invadere la terra dalle legioni della morte. Proprio delle legioni, questo è quello che può venirci in mente a primo impatto, osservando l’opera il Trionfo della morte datato 1562 e conservato nel Museo del Prado di Madrid.

Thetriumphofdeath

Un’ambientazione infernale, quasi apocalittica, fa da contorno al dramma che si sta svolgendo, anzi contribuisce ulteriormente a caricare l’atmosfera. Tante figure si intrecciano fra loro creando un caotico miscuglio; in basso a sinistra, in primo piano, l’Imperatore coronato e con l’armatura, disteso a terra assiste inerte alla strage, mentre uno scheletro alle sue spalle gli mostra la clessidra del suo tempo, un altro scheletro, più scaltro, approfitta e si getta su un barile d’oro. Sempre in primo piano, proseguendo verso destra, ci sono dei cadaveri stesi per terra e degli scheletri approfittano, un fifone per sfuggire preferisce correre sotto un tavolo.

Thetriumphofdeath - Copia

In secondo piano la scena è movimentata, sulla sinistra un carro trainato da scheletri, avanza a mò di ricognizione dei cadaveri, non curandosi dei vivi che capitano sotto di essi, a destra si apre la carica degli scheletri, gli uomini vengo spinti verso destra all’interno di una struttura in legno, altri invece reagiscono vanamente alla carica mortale. Particolari sono gli scheletri vestiti di bianco che suonano le trombe, posti a sinistra, ricordano le trombe dell’Apocalisse, ma anche lo scenario campestre dietro, che vede fra il fumo e lo stato di terrore, l’avanzata della morte, che non risparmia neanche l’ambiente. Bruegel rende bene i messaggi di disperazione, rovina e distruzione, attraverso la minuziosità di ogni singola scena, ma anche attraverso i colori ombrati e tocchi lugubri Davanti alla morte nulla può trionfare.

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di Domenico Ble

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Tempo fa guardando il film I colori dell’anima, incentrato sulla figura di Amedeo Modigliani, nel via vai di nomi celebri, citati nella pellicola, è rimasto impresso nella mia mente la Maurice Utrillo.
Maurice è francese, parigino di Montmartre, dunque nasce e cresce nel cuore pulsante della Parigi artistica. Figlio di Suzanne Valandon, modella francese, la preferita di molti pittori dell’epoca, e di Miquel Utrillo che ne riconobbe la paternità in un secondo momento, dunque il padre naturale di Maurice resta nell’ignoto.

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Una madre assente lo costrinse a vivere la sua infanzia con la nonna e in questo periodo iniziò a soffrire di crisi epilettiche, non visse una gioventù piena ma frastagliata, fatta di sofferenza, vista la malattia, e di oppressioni. Ci viene narrato che sua nonna non sapendo come agire alle forti crisi epilettiche somministrava come calmante del vino, causa che provocò la decadenza nell’alcolismo. Ma Maurice Utrillo aveva in se la perla del genio, il talento nella pittura, nonostante la sua infermità mentale, dipinse dei magnifici scorci urbani di Parigi, della sua Montmartre di ogni giorno. Nel 1910 la critica pose l’attenzione su di lui, nel 1920 il nome di Utrillo faceva il giro del globo. Nonostante la sua malattia si sposò nel 1935, morì a Dax nel 1955.

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Secondi solo al Papa e ai Medici Signori di Firenze, i Gonzaga furono grandi mecenati e collezionisti di opere ed oggetti d’arte. Amavano mettersi in bella mostra e spesso le loro residenze divenivano dei veri musei, è una famiglia principesca, la storia li ricorda come i celebri Duchi di Mantova, ma contemporaneamente erano possessori di diversi territori come, il Ducato di Guastalla e il Ducato di Sabbioneta.
Ebbero un peso importante nella politica europea, rapporti di “convenienza matrimoniale” unì la famiglia ai regnanti di Spagna e Francia.

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Vollero esaltare la regalità e maestosità della famiglia attraverso la commissione di opere d’arti, realizzate da artisti che il duca stesso voleva con se a corte, la presenza di gente illustre nelle sue strette cerchie dava un maggiore rilievo. Un noto pittore che lavorò a corte fu Andrea Mantegna, denominato pittore di corte, egli lavorò a diverse opere, fra cui i celebri affreschi della Camera degli Sposi del Castello di San Giorgio a Mantova.

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Sono tanti i nomi dei maestri, celebri pittori di ogni tempo che hanno ruotato intorno alla corte, per citarne qualcuno pensiamo a Pietro Perugino che lavorò per conto di Isabella d’Este, alla realizzazione dell’opera a tempera su tela intitolata Lotta tra Amore e Castità, che decorò il suo studiolo, oppure al maestro veneziano Tiziano Vecellio che realizzò numerose opere a corte, fra cui la tela della Madonna del Coniglio, o ancora a Pieter Paul Rubens che realizzò la famosa Trinità adorata dalla famiglia Gonzaga.

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Con l’avvento di Napoleone Bonaparte cambiano gli assetti dell’Europa, molte teste coronate cadono con l’avanzata della Grande Armèe, nella seconda metà del’800 all’interno della politica statale, dei nuovi personaggi (già affermati con la spinta della Rivoluzione Francese) si consolidano affermando il proprio prestigio sociale e politico, parliamo dei borghesi. Il ceto medio raggiunge un livello autorevole, molti degli appartenenti ricoprono ruoli istituzionali, nel settore economico reggendo industrie, sono coloro che vanno a sostituire gli aristocratici (oramai decaduti) e che in alcuni casi si vanno anche ad imparentare. E’ la nuova classe che ha una sicurezza economica e grandi patrimoni.

Nell’ambito artistico i borghesi facoltosi copiano nei modi gli aristocratici, commissionano opere, finanziano costruzioni personali e statali, iniziano a farsi ritrarre. Proprio il ritratto è il genere prediletto, attraverso di esso la nuova figura fa parlare la sua ascesa, la sua grandezza, legata sempre ad una sobria raffigurazione: perché loro non sono dei reali, vengono dal basso. Flaubert nelle sue opere ci narra di questo mondo borghese che è cambiato così in fretta, tanto da vivere una contraddizione costante che genera una tristezza nascosta.

Lèon Bonnat, Ritratto di Victor Hugo.

Lèon Bonnat, Ritratto di Victor Hugo.

Léon Bonnat fu uno dei maggiori ritrattisti della borghesia parigina del secondo ‘800, la sua tutta gente illustre della Terza Repubblica. I suoi soggetti sono statici, appaiono belli e solidi nella compostezza, i soggetti si staccano dallo sfondo nero e vengono avvolti dalla luce che si abbatte impetuosa sui volti (ricorda il caravaggismo), la figura umana era posta in risalto. Con le figure venivano rappresentati gli strumenti del mestiere o rimandi ad esso, nel caso del Ritratto di Victor Hugo, Bonnat realizza assieme allo scrittore un libro, sottolineatura alla professione di scrittore del soggetto.
La pittura doveva fungere da vetrina per la nuova classe in ascesa, lontana dalla regalità, dai gioielli e dalle corone, che preferiva rimanere legata alle origini.